ANNA O DEL RISCATTO

Il giorno in cui Anna si sposò, fu un giorno felice. Quasi come quelli della vendemmia, lungo i filari rossi dell’uva, da bambina, quando il nonno la chiamava a raccogliere i chicchi caduti a terra e il sole dorato riempiva le nuvole.

La gente intorno che sorrideva, i cesti colmi di rose, tutti che facevano ala al suo passaggio come davanti a una regina. E soprattutto, lui. Lui di cui non sapeva niente, se non che era bello e forte, sapeva infilare con dolcezza gli anelli  al dito e aveva un figlio che stava su una sedia a rotelle e da lì guardava il mondo con occhi di cane braccato. Nemmeno la notte con le sue spine, riuscì a toglierle tutto il bene che il giorno le aveva dato; dalle bestemmie di lui, come dal suo pianto, continuava caparbia e leggera ad affiorarle al cuore un’ eco di musica.

Era stato difficile ma c’era riuscito, alla fine. E mentre finalmente si ritraeva da lei, quello strazio che l’aveva fatta gridare e aleggiava ancora intorno le pareva nient’altro che il prezzo di quel cerchio di luce sul suo dito e tra le nuvole. Gliel’aveva ben insegnato la mamma, quand’ era piccola, che le cose belle si pagano.

I  primi mesi lui rientrava a casa per cena e si arrabbiava solo quando non la trovava pronta oppure vedeva Dario. Diceva che quelli così hanno bisogno di dormire, la sera, perciò è bene che vadano a letto presto. Anna capiva che non potesse sopportare di vederselo attorno, con quella bocca e quegli occhi tagliati come i suoi ma sfigurati dalla malattia; le sembrava già talmente tanto, che un uomo solo si fosse tenuto in casa una disgrazia così.

Ma a volte Dario si rifiutava di mangiare prima dell’arrivo del padre, e di mandarlo a letto senza cena a lei non bastava l’anima. Così lui aveva preso l’abitudine di rientrare sempre più tardi, talvolta restava fuori tutta la notte o per giorni interi. E lei si addormentava quasi sempre su una sedia di cucina, a luce spenta perché una volta che, rientrando, lui aveva trovato accesa l’abat-jour, con un gesto impercettibile della mano ne aveva frantumato la lampadina.

  E una sera cominciò a portare a casa le ragazze. Quasi mai le stesse, perlomeno non di seguito. Prima della sua stessa età, e così timide che non osavano guardarla negli occhi; poi sempre più giovani e sfrontate. Mangiavano senza parlare e subito dopo si chiudevano nella stanza degli ospiti, una piccola camera tutta bianca dove non c’era niente, salvo un grande tappeto e un divano-letto a strisce bianche e blu.  A volte inventavano una scusa, altre volte no.

A lei che sparecchiava la tavola arrivava solo, aldilà dell’uscio, l’eco indistinta di risate e sommessi bisbigli.

Un  giorno la porta restò semichiusa e a un tratto si udì un grido violento; poi ne uscì la ragazza e subito dopo lui, che con le lacrime agli occhi le chiedeva scusa. Anna vide che le cingeva la vita con le mani, poi la prese in braccio come aveva fatto con lei la prima notte di nozze  e la riportò dentro la stanza adagiandola sul divano, con dolcezza, come si fa con le bambole di porcellana. Infine diede  un calcio leggero alla porta che si richiuse sui loro sguardi.

  Si era abituata, ormai, a quell’andirivieni di donne, a quello che facevano di là, a sorridere a chi veniva a prendersi ciò che avrebbe dovuto essere suo.  Sapeva che prima o poi sarebbe tornato a lei, fosse anche solo per affondare nel cuscino la testa nera e dormire, e questo le bastava; Aveva imparato a intuire il momento del silenzio e quello in cui le parole accompagnano il gesto; persino l’istante esatto in cui quel grido, in lei tanto chiuso e avaro, si sarebbe espanso intorno come schegge di un cristallo spezzato.

Si sentiva felice in quei momenti, perché chiudeva gli occhi e diventava dito della mano di lei, lacrima d’amore, goccia di sudore lungo il corpo stanco del suo uomo. Come quando da bambina giocava a fare la mamma di bambini che non sarebbero mai nati. Ma non gli aveva mai visto gli occhi lucidi di lacrime.

Un brivido gelato le percorse la schiena sino a penetrarle il cuore. Lo stesso che aveva accompagnato l’urlo di suo padre quando se n’era andato via sbattendo per l’ultima volta la porta. E la mano di quell’uomo che, mentre era vestita di bianco  come una sposa nel giorno della sua festa, l’aveva portata via dal suo mondo per  farla entrare in quello dei grandi.

  Salì le scale e dischiuse piano la porta di Luca, come per assicurarsi che fosse ancora lì. La stanza era buia, ma la luce che filtrava dalle tapparelle lasciava intravedere una sagoma scossa da brevi sussulti. Anna si avvicinò per sfiorarla con una mano, ma ancora non l’ aveva fatto che una morsa di   ferro  la buttò sul letto e subito sentì un corpo umido ricoprirla. Il bagliore di un lampo fece per un attimo emergere le cose dal velo d’ombra che le avvolgeva. Fu allora che vide sopra di sé la faccia di Dario, ancora più sfigurata dal pianto, che con l’ossessiva cadenza d’ una nenia lanciava brevi gridi di uccello ferito. E intanto cercava invano di muoverle addosso quel fascio inerte di membra senza vita.

Non potendo lottare contro il peso del suo corpo, Anna gli diede un morso su una guancia e lui sollevò appena il busto per guardarla; pareva non sentire neppure il dolore della ferita, ma i suoi occhi di cane braccato si erano allargati per lo stupore. Allora Anna si lasciò scivolare giù dal letto e fuggì.

Mentre attraversava il corridoio per raggiungere il bagno, le giunse l’eco d’ una risata di donna. Nel buio, aspettando il sonno che non veniva, rivide lo sguardo di Dario, poi le gambe lucide della ragazza; per un attimo ebbe l’impressione che la lama di un pugnale le trafiggesse il petto, poi pensò che sarebbe stato bello addormentarsi vicino a loro, con le mani grandi e forti del suo uomo sopra il ventre e quelle laccate di rosso di lei sul cuore. E nel calore di quell’immagine si addormentò.

  Una sera – non aveva smesso un attimo di piovere e Dario non aveva ancora voluto farsi mettere a letto – capitò loro davanti all’ improvviso, dopo tre giorni che non si faceva vedere; subito dopo entrò lei, coi tacchi alti e  la coda di cavallo sparsa sull’impermeabile. Anna abbassò gli occhi sulle

pantofole bianche, per non pensare al grembiule stinto e ai capelli non lavati da una settimana.

Le dissero che dovevano ancora mangiare e lei servì quel poco che era rimasto. Ingoiarono tutto in fretta, senza dire una parola, poi si chiusero nella camera da letto; non nella stanza degli ospiti come sempre ma nella loro camera, quella dove lui l’aveva portata in braccio come una principessa il giorno delle loro nozze, e non li vide più. Restò sola, come sempre, davanti al sorriso idiota di Dario invischiato tra i denti gialli.

   D’ un tratto allora gridò. Ma un grido così profondo da raccogliere tutti quelli che sino ad allora le erano rimasti morti dentro. Come un’ esplosione di lapilli che dalle viscere saliva al cuore per eruttare dalla gola. Poco dopo apparve lui, coi peli del petto lucidi di sudore, e fece scorrere da lei al figlio gli occhi arrossati. Non disse niente, ma portò Dario di sopra e chiuse la porta sullo sguardo della ragazza affacciatasi a curiosare . Nemmeno dopo disse niente, né si rivestì; buttò solo Anna a terra, con una spinta leggera, e le andò sopra. Alla fine tornò dall’amante e si chiuse la porta dietro.

  Il mattino dopo dormivano ancora quando lei si svegliò. Senza un lembo di pelle che non le facesse male, ma viva. Come tutti i giorni, solo molto più lentamente, si alzò e prese un caffè. Poi andò a prendere Dario. Lo trovò con gli occhi spalancati verso il soffitto e appena la vide riprese ad emettere quei suoi gridi da uccello ferito. – Capissi almeno cosa vuoi dirmi – pensò Anna, – che ti senti solo , forse. Anch’io sono sola, completamente  sola.

  E senza sapere perché gli sfiorò con un bacio la bocca. Per un istante ebbe l’impressione che quelle labbra deformi si allargassero in un sorriso e il vuoto degli occhi si aprisse ad un barbaglio di luce. Le parve persino bello, per un attimo. Gli sfiorò il viso, poi il collo e il resto, col palmo delle mani aperte;  e lui gliele prese piano, posandosele una sul viso l’altra sul ventre. Fu allora, che l’ignoto si aprì. Più dolce della spuma che inonda le rive e più del sole che dà colore al mondo.

Occhi che si parlano gesti che s’incontrano. Mani leggere posate dentro il cuore. Come quegli acquerelli dalla cornice d’oro che faceva il nonno a  Natale; li posava da una parte e ci restavano, riempiendola del loro calore. E quella volta che uno le era sfuggito di mano, non aveva, cadendo, fatto più rumore d’ un passo sulla neve. Quando quell’onda bruciante e viva rapì entrambi sino alle viscere non se ne stupì. Le parve naturale, come lo scorrere delle acque nelle profondità degli oceani. Per lungo tempo continuò a scorrere da lei a lui e da lui a lei, lucente scia di un dolore così condiviso da farsa gioia perfetta.

Ne sentiva ancora l’eco quando, alzandosi, allontanò piano la testa dall’incavo del braccio di Dario, per chiudere la porta sulla bocca aperta di suo marito e il suo sguardo di cane ferito invaso di meraviglia.