La casa di Henriette”, primo romanzo del noto saggista/analista messinese Domenico Barrilà, è un’opera sui generis, intrisa di una struggente quanto lucida pietas. Sospeso tra l’ autobiografia romanzata e il saggio, il libro muove da un episodio accaduto all’autore in giovanissima età. A 16 anni infatti, mentre è al cimitero per visitare il padre prematuramente scomparso, inciampa nella tomba abbandonata di Henriette, una bambina nata alla fine dell’800. Un incontro destinato a segnare una svolta radicale nella vita di Barrilà, perché da quel momento uno stupefacente anelito vitale gli permetterà di recuperare la propria pietas, sepolta dal dolore per la perdita del padre, e di procedere in modo inarrestabile, attraverso un percorso basato sulla memoria, in direzione di un’adultità capace di convivere armonicamente con la personalità propria e altrui

Pubblicata da Sonda, vivace casa editrice milanese che si propone “di rendere fertile il terreno dei dubbi”, La casa di Henriette è infatti, in ultima analisi, un’originale storia di ricerca delle proprie radici. E non solo quelle dell’autore ma dei vari personaggi da cui il libro è abitato, che nella vita reale si sono incontrati o forse no, lungo le rotte migratorie che li portavano altrove rispetto al luogo di nascita, nella speranza di poter migliorare la propria vita, come i nonni della piccola Henriette, partiti da Copenaghen nella prima metà dell’Ottocento per insediarsi a Messina, o lo stesso autore, trasferitosi al Nord in cerca di fortuna. La “casa” della bambina è infatti un simbolo, l’emblema di quell’ansia vitale che spinge gli esseri umani a cercare, perché solo non smettendo mai di farlo, di mutare e di evolverci – suggerisce l’autore dall’alto della sua esperienza –  possiamo davvero dare il meglio di noi

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