Nella bella traduzione di Alberto Bracci Testasecca è da poco uscita per E/O una nuova edizione di  L’Enfant de Noè, scritto nel 2004  da Eric-Emmanuel Schmitt, uno dei più geniali, poliedrici e sensibili autori contemporanei. Concepito come segmento dell’articolato “Ciclo dell’Invisibile”, Il figlio di Noè è una parabola, dal sapore poeticamente fiabesco, sulla bellezza dell’intercultura e sulla capacità che l’essere umano possiede di sconfiggere anche il peggiore dei fanatismi, purché trovi la forza di tenere viva la memoria e preservare tutto ciò che del patrimonio umano è a rischio di estinzione. È proprio tale forza a costituire il perno attorno al quale ruota l’esistenza di Padre Pons, il protagonista del romanzo, che nel Belgio occupato dai nazisti si dedica a salvare con ogni mezzo bambini ebrei e spirito ebraico; perché essere uomini, ci ricorda ancora una volta per suo tramite Eric-Emmanuel Schmitt, significa prima di tutto possedere un senso di comune appartenenza e solidale condivisione, in virtù del quale percepire ciò che accade agli altri uomini come qualcosa che ci riguarda tutti e di cui dobbiamo quindi farci carico insieme. Un messaggio che appare tanto più necessario in un mondo come l’attuale, caratterizzato dalla diffusione virale di fobie oscurantiste, che alla pacifica convivenza tra i popoli preferiscono il conflitto permanente e all’“amorosa comprensione”, anticamera dell’accoglienza, l’odio e il rifiuto.

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