Giovedì 23 maggio si è chiusa la kermesse di tre giorni organizzata a Milano dal CADMI, la Casa di accoglienza delle donne maltrattate, nella bella cornice del Base di via Bergognone (tra ragazzi che leggono studiano e chiacchierano, libri ed esposizioni artistiche varie, quale insieme potrebbe mettere più allegria?),dal titolo “La violenza di genere ha i giorni contati”, e dal sottotitolo, ancora più significativo: “potremmo parlare di vittime Ma parliamo di donne”. Dunque non un approccio vittimista e autoreferenziale ma costruttivo, ottimista e aperto alla rete sociale, con sguardi sulla libertà come antidoto alla violenza ogni giorno diversi: libertà economica, nella comunicazione e infine come metodo. Io ho potuto assistere solo ad alcuni dei tanti interessantissimi incontri previsti dal ricco calendario, (per una più esaustiva riflessione sui quali rimando all’articolo di Cultweek a firma di Roberta Virduzzo) ma quei pochi mi hanno ripagata ampiamente del viaggio affrontato per raggiungere Base.

LA LIBERTA’ SECONDO CINZIA SPANO’

Cinzia Spanò, pluripremiata e versatile attrice che confesso con dispiacere di non avere mai visto recitare, avendo mancato per un imprevisto la sua ultima fatica che molti amici mi avevano raccomandato di non perdere, “Tutto quello che volevo”, ha fatto un intervento così appassionato e convincente che d’ora in poi farò di tutto per seguire i suoi spettacoli. Cinzia ha parlato, tra l’altro, dei sentimenti come strumento cognitivo e della vittimizzazione secondaria, che fa sì che una vittima di abusi venga trattata da chi dovrebbe aiutarla a superare il trauma in modo tale da diventare vittima una seconda volta. Poi ci ha ricordato l’evento di cronaca che ha ispirato il già citato Tutto quello che volevo: nel 2013 è stato scoperto, nel prestigioso quartiere Parioli di Roma, un giro di prostituzione minorile, con facoltosi e talora celebri clienti che pagavano due studentesse liceali di 14 e 15 anni in cambio delle loro prestazioni sessuali. Una vicenda, conclusasi per i clienti delle baby-squillo con condanne da un minimo di 1 anno di reclusione a un massimo di 3, purtroppo di per sé ordinaria nel suo straordinario squallore.

IL CORAGGIO DE’ “LA GIUDICE”

A renderla diversa è stata la giudice Paola Di Nicola perché, quando si è trattato di decidere in merito alla richiesta di risarcimento economico avanzata dalla legale di una delle vittime, ha emanato una sentenza epocale: ha convertito i 20 mila euro richiesti in “conoscenza”, sotto forma di libri di grandi pensatrici e di dvd, tra cui quello del film “Le suffragette“. Ciò perché la concessione dei 20 mila euro, perpetrando il circolo vizioso legato ai soldi – soldi maschili in cambio della disponibilità al proprio corpo sostituiti da altri soldi per compensarne lo sfruttamento –avrebbe perpetuato l’esperienza prostitutiva, sancendo definitivamente la “monetizzazione” della dignità femminile, anziché favorirne il riscatto. L’illuminata sentenza della De Nicola viceversa, sostituendo al valore economico quello ben più nobile della cultura e della grandezza femminili, ha permesso di raggiungere un duplice obiettivo: aiutare la ragazzina a ritrovare, attraverso la consapevolezza della dignità femminile, la coscienza della ferita inferta alla propria e la fierezza di sé, e al contempo costringere il suo cliente a confrontarsi con la bellezza, la forza e l’unicità del pensiero delle donne.  

LA LIBERTA’ SECONDO MARIANGELA PIRA

L’intervento successivo è stato quello di Mariangela Pira, brillante giornalista di Sky tg, che ci ha illustrato i dati della disparità retributiva nell’ambito delle tivù, in Italia assestata intorno al 20%. Mariangela ci ha quindi raccontato gli atteggiamenti sessisti, sia verbali che d’altro tipo, diffusi tra i suoi colleghi uomini, involontariamente “supportati” da alcune colleghe che, adottando atteggiamenti autocolpevolizzanti offrono una pericolosa sponda giustificatoria alle discriminazioni. Ha quindi evidenziato la necessità che diventiamo tutte più consapevoli di noi stesse e dei nostri diritti, smettendo ad esempio di sentirci in colpa quando avanziamo richieste- come ferie o permessi – che per i nostri colleghi maschi sono una consolidata normalità. Mariangela ha concluso il suo intervento citando Strehler, una frase bellissima nella sua semplicità (ma quanto è necessario ribadire i principi-cardine dell’umano stare nel mondo che troppo spesso si tende a dare per scontati …) “ogni nostro piccolo gesto può modificare il mondo”

LA LIBERTA’ SECONDO MICHELA MURGIA

Il 23/05 all’happening La violenza di genere ha i giorni contati è intervenuta anche una delle migliori e più premiate scrittrici italiane, autrice tra l’altro del bestseller Accabadora, nonché critica letteraria, Michela Murgia. Come sempre acuta, di un’ironia frizzante e contagiosamente simpatica, la scrittrice ha iniziato il suo intervento analizzando il concetto di libertà, non in assoluto ma in rapporto con l’altro. Per fare ciò è partita dalla sua esperienza personale, di ragazzina/giovane donna incapace di capire come la madre potesse accettare di vivere nella prigione di una famiglia abusante, arrivando solo da adulta a comprendere che si sentiva più “libera” dentro tale contesto repressivo che in un contesto diverso, oggettivamente libero ma percepito come un insondabile abisso in grado di privarla della sua identità. Perché lo snodo fondamentale è proprio questo: la libertà, per chi ha sempre vissuto in servitù, è un’esperienza di cambiamento così radicale da provocare, in chi non è preparato ad affrontarla, una paura di perdersi difficile da gestire. Una paura che è possibile gestire con successo solo se si trova la forza di accettare il conflitto che ne deriva.

LA  LEADERSHIP SFUGGENTE

L’altro tema forte affrontato da Michela è stato l’incongruenza dell’assenza di donne, che pure sono di norma molto più brillanti degli uomini nel percorso formativo, dai ruoli di leadership. Un recente studio ha evidenziato che l’attitudine alla leadership si forma nei primi 5 anni di vita, durante i quali si definiscono i limiti “della gabbia” entro cui sono confinate le nostre vite, limiti ben diversamente stringenti tra i generi, basti pensare al differente modo in cui viene percepita la trasgressione femminile e in cui la società tende a reagirvi. La scrittrice ha quindi aggiunto che, per evitare che il ridimensionamento dei “limiti della gabbia” femminile incarnato dalle donne di successo venga massicciamente imitato dalle altre donne, le prime sono sottoposte a una molteplicità di atti intimidatori, a iniziare da squallidi insulti sessisti.

L’IMPORTANZA DELLA RETE: IL FEMMINISMO INTERSEZIONALE

L’ultimo punto focale evidenziato è la necessità di fare rete, perché lo stare in relazione “ci dà la misura della nostra forza e dei nostri limiti”. Al proposito la Murgia ha rivendicato la propria appartenenza al femminismo intersezionale, che non guarda solo ai bisogni delle donne ma anche alle diverse oppressioni che si intersecano con quelle di genere, dal razzismo alla omotransfobia, dal classismo alle discriminazioni dovute alle condizioni economiche. Michela ha quindi concluso che l’impennata di violenze di genere e discriminazioni a ogni livello attesta l’attuale forza delle donne, perché è proprio la forza che spaventa e rende più dura la reazione

Insomma, il filo rosso di tutti gli interventi è stato quello di una libertà non da conquistare/concedere, visto è già un nostro diritto costituzionalmente sancito, ma da comprendere, praticare, difendere e quando è il caso pretendere.

 E ALLORA…

E allora insieme alle donne del Cadmi – che non ringrazieremo mai abbastanza – a Cinzia, Mariangela, Michela e tutte le altre, cerchiamo di sentirci e comportarci sempre da persone libere. Libere e pensanti, in modo che anche gli altri siano costretti a trattarci da tali. Cerchiamo di alzare la testa e di non rinunciare mai a far sentire la nostra voce. Piuttosto che non farla sentire affatto impariamo quando è indispensabile ad alzarla. A dire no grandi come case. A ritagliarci spazi tutti nostri che nessuno potrà mai portarci via. A gridare il nostro dolore anche quando pensiamo che nessuno potrà sentirci o capirci. A confrontare le nostre ferite e i nostri dubbi, perché niente rende fragili più della solitudine. Chi potrà essere solidale con noi se non saprà che soffriamo? Chi potrà aiutarci se non avremo prima imparato ad aiutarci da sole? Chi ci darà una mano a rialzarci mentre affondiamo se non avremo prima capito che rialzarsi è possibile? Che un’altra vita è possibile. Sempre. E viverla o non viverla dipende prima di tutto da noi. Insieme, possiamo farcela. Non dimentichiamolo