Donne di fiume e d’inchiostro, ultima pubblicazione dell’editore Fernandel, è il primo romanzo di Serena Corsi, giovane tosco-emiliana di grande talento. Si tratta di uno struggente puzzle di amori che a volte s’inseguono e a volte si sovrappongono, a volte s’incrociano fugacemente e a volte sono uniti da legami segreti impossibili da spezzare, mentre altre volte ancora corrono lungo binari paralleli destinati a non incrociarsi. Amori bagnati dalle acque del fiume Enza e dal sangue che, tra le montagne in cui Clio, una delle due protagoniste, vive l’infanzia e la giovinezza, scorre a fiumi. Amori che si perdono per poi ritrovarsi, ripartendo dal punto in cui si erano persi, mentre altri affrontano quotidianamente la dolorosa bellezza del vivere, in una clandestinità condivisa o in un altalenante modo che sembra non conoscere alternative. E altri ancora che sono destinati a svanire nel tempo, senza aver mai avuto il coraggio di riconoscersi e compiersi, attraversati da pennellate di Storia che saldano in un doloroso nesso naufragi privati e indelebili ferite pubbliche. Amori uniti dalla magia di un sentimento che ha il sapore della predestinazione e del superamento delle barriere sia spazio/temporali che sociali. Ciò vale per il rapporto tra la “stramba” Clio e il mite marito Paride come per l’unione, non meno “anomala”, della figlia di Clio Marta con il migrante senegalese Ismail, che prende le mosse dall’amore condiviso per il silenzio dei cimiteri e possiede un’intima forza capace di farle superare ogni tempesta.

Ma Donne di  fiume e d’inchiostro è anche e soprattutto la storia di un intenso rapporto madre-figlia, dai violenti chiaroscuri illuminati dalle lettere scritte da Clio agli uomini che ha amato e che Marta ritrova e legge. Sono lettere/diario che, insieme ad altri scritti che troverà alla fine del romanzo, permetteranno a Marta di scoprire sconosciuti aspetti della madre e non meno sorprendenti retroscena relativi al loro rapporto, capaci di gettare le premesse per un futuro più consapevole e reciprocamente pacificato.

TRAMA

Mentre partecipa a un consiglio di classe, durante il quale cerca invano di far promuovere un allievo difficile, nella speranza di aiutarlo a non perdersi, Marta, insegnante di matematica nonché scrittrice di favole, viene a sapere che la madre Clio, affetta da demenza senile, non si trova più. In parallelo con l’inizio delle ricerche Marta rievoca la loro storia, tornando indietro sino alla propria infanzia, intrisa del terrore che i fragili argini materni potessero cedere una volta per tutte e che la Madre un giorno non potesse o non volesse tornare a casa, ma anche alla ribelle infanzia materna, illuminata dalle lettere scritte dalla stessa Clio. Lettere il cui ruolo narrativo è quello di un disvelamento dei segreti del passato, grazie al quale, nel momento in cui sembreranno definitivamente perdersi, le due protagoniste arriveranno in realtà finalmente  a trovarsi.

UNA STORIA “POLITICA” E “FEMMINISTA”

Una storia di donne “forti” – in questo senso politica e femminista, per parafrasare Martin McDonagh, regista dello splendido Tre manifesti a Ebbing, Missouriesaltata da presenze maschili discrete ma fondamentali, che si fanno strumento affinché Clio  e Marta realizzino la propria dimensione di donna senza mai rinunciare alla propria libertà.

Tra loro, indimenticabile la figura di Paride, che intesse con la futura moglie ancora bambina uno straordinario legame di fiume e d’inchiostro, da cui scaturirà un amore adulto così forte da non scomporsi neppure di fronte a scioccanti rivelazioni, facendosi tutt’uno con la forza eterna del mito e della natura:

da sopra le tue spalle vedevo le foglie e i detriti schivarci per precipitarsi a valle, e il guizzo di qualche pesce che festeggiava l’apparizione di quel gigante a due teste, improvvisa divinità del fiume. Ogni nostro passo era tragitto d’arcobaleno, patto segreto tra noi e il torrente, nella fede obbligata di non poter tornare indietro, per non perdere quell’equilibrio magico fondato sul moto perpetuo

Paride  destinato a una morte precoce ma anche a sopravvivere a se stesso, attraverso il ricordo di chi gli è stato accanto, come è nel destino di chi, alla singolare capacità di “amorosa comprensione” cara al Siddharta hessiano, unisce il potere di “trovare nelle cose, negli animali e nelle persone la chiave per far risplendere la magia della vita”

Di grande autenticità anche il ritratto del compagno di Marta, nonché padre di Sara, Ismail,  “musulmano di sinistra” dal sorriso invincibile e dalla saggezza semplice, unito a Marta da un amore senza codici, minacciato dalla difficoltà quotidiane e dagli “orpelli che avevano ereditato venuti al mondo”, ma cementato dalla comune inquietudine di “chi non ama i confini. L’autrice delinea con grande attenzione anche gli altri personaggi, da Piervittorio, vicino di casa prezioso e schivo, che offre alla piccola Marta un salvifico assaggio di attenzione paterna, al mai dimenticato primo amore di Clio, il maestro di pianura Erasmo; Erasmo che viene subito attratto dalla selvaggia bellezza della giovanissima montanara, la quale è a propria volta conquistata dal suono struggente della sua fisarmonica, capace di evocare tempeste di neve e voli nel vento, guizzi di trote incontro al sole e corpi avvinti in una danza.

Tra i vividissimi personaggi femminili spicca Clio, che avrebbe dovuto nascere maschio e dal rifiuto materno ha imparato a forgiare con la rabbia il suo rapporto col mondo, in seguito a propria volta inadeguata Madre che, nei rari momenti in cui è presente, vive costantemente sull’orlo di un abisso,  alternando incontrollabili esplosioni d’ira a infinite permanenze a letto e minacce di suicidio. E accanto a Clio, lontana da lei ma insieme indissolubilmente legata, la Figlia Marta, dall’infanzia difficile e il presente incerto, per risolvere il quale dovrà confrontarsi coi fantasmi del passato.

L’AUTRICE

Serena Corsi dopo essere stata giornalista free lance, collaborando con testate quali Il manifesto e L’espresso, si è dedicata alla scrittura autobiografica e ha pubblicato sulla rivista Fernandel una originale e intensa raccolta di racconti, Reportage di tre continenti e mezzo.

STILE E TEMATICHE

Lo stile di Donne di  fiume e d’inchiostro è davvero coinvolgente: la scrittura di Corsi è insieme tesa e poetica, elegante e precisa sino a farsi quando occorre tagliente come un bisturi. Ne è limpida dimostrazione la scena-madre della resa dei conti madre-figlia, con Marta che rinfaccia a Clio di averle rovinato la vita, quest’ultima che le chiede di picchiarla su una mano. Dopo un’iniziale titubanza Marta lo fa, accettando il rischio di una tragica reazione materna, perché sa che solo dopo che tutto il non detto sarà stato detto e in un qualche modo espiato, il loro rapporto potrà ripartire da basi nuove, senza più zone oscure di rancore. Una scena dura e verace come il carattere di entrambe le donne, ma contemporaneamente di un intenso lirismo, tanto più straziante quanto più evita ogni concessione al melodramma:

“E mano a mano che parlavo avevo la sensazione che questo mio amore senza soluzione si propagasse al resto del corpo, dalle articolazioni ai peli, dalle cartilagini alle unghie e ai capelli, non più come un dolore ma come un formicolio sempre più forte, altrettanto ingombrante ma meno intimo, meno mio”

Sullo sfondo, il provincialismo paesano bigotto che discrimina e respinge chi viene percepito “diverso”, il razzismo che non conosce limiti temporali e generazionali, ma anche la compassione verso i mali del mondo che sa creare ponti tra sconosciuti, trasformando l’ostilità in comprensione e apertura verso l’altro.

Ma il filo conduttore di Donne di  fiume e d’inchiostro è la forza inuguagliabile della vita, che come il fiume Enza non smette mai di scorrere e di tornare “là dove era stata negata”, una forza cui è indissolubilmente connessa, essendone l’anima e il motore propulsivo, quella dell’Amore, “ancora più potente quando torna lì dove era stato sepolto”. Una forza che, grazie anche alle scoperta delle lettere mai spedite dalla madre, fa capire a Marta che esiste un diverso modo di leggere gli improvvisi distacchi dal presente di Clio, non necessariamente come voglia di solitudine e morte, ma come bisogno di rubare al qui e ora brandelli di tempo da dedicare a  un mondo a parte, fatto di vite sognate ma più intense della vita reale. Da qui il terzo, ma non per importanza,  filo conduttore del romanzo, che supporta e permea di sé  gli altri due: il potere liberatorio/catartico della scrittura:

da allora ogni volta che il pensiero fugge in direzioni che non riesco a controllare, mi procuro carta e penna e  scrivo favole”

Una salvifica scrittura che Marta scopre stupita esserle stata tramandata proprio dalla madre, insieme al “luminoso lato oscuro” che spinge entrambe a sistemare le tombe trascurate; una scrittura il cui segreto è suggerito da una frase dello scrittore mozambicano Mia Couto, cerchiata a matita da Ismail, in un libro trovato da Marta aperto a quella pagina, a suggello di una complicità capace di superare anche le  barriere culturali:

quando la memoria impazzisce, nasce l’immaginazione

Un’immaginazione capace di andare ben oltre la memoria ma che, per uno strano gioco del destino, nella sua libertà creativa Clio fa coincidere alla perfezione con ciò che è realmente accaduto. Un’immaginazione fissata sulla carta con parole intagliate nel legno, che rievocano/rivelano una storia madre/figlia  fatta di fallimenti annunciati ma anche disognanti mazurke ballate solo per poter “roteare come pulviscolo l’una nella luce dell’altra”, guerra senza fine “di specchi e di vertiginose distanze, di battaglie dense, di diafane tregue”. Una storia cristallizzata nel tempo che si fa a sua volta inatteso veicolo di reciproca comprensione e accoglienza profonda, perché capace di trasmettere emozioni che, forse per vergogna, per viltà o semplicemente perché non è stato colto l’attimo giusto, nessuna delle due ha mai saputo a voce comunicare all’altra.

DONNE DI  FIUME E D’INCHIOSTRO DI SERENA CORSI: ATTRAVERSO IL RACCONTO DI UN INTENSO RAPPORTO MADRE-FIGLIA, UN TOCCANTE INTARSIO DI AMORI CHE S’INSEGUONO, SI PERDONO E SI RITROVANO, IN UN VIAGGIO DI FORMAZIONE/INNO ALLA LIBERTA’ E ALLA FORZA SILENZIOSA DELLA VITA.