La ragazza d’autunno, premiata a Cannes e al Torino film festival, nonché vincitrice del Premio della Critica Internazionale, è una pellicola del trentenne regista/sceneggiatore russo Kantemir Balagov. Si tratta di un film liberamente  ispirato a “La guerra non ha un volto di donna” di Svjatlana Aleksievič, straziante saggio che cerca di ricostruire, attraverso un’imponente mole di conversazioni e interviste, il volto della guerra al femminile, che ”ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti e anche parole sue”. Sia il film che il libro sono ambientati nel periodo immediatamente successivo alla seconda Guerra Mondiale e, in particolare, all’assedio di Leningrado, la cui liberazione permette a Iya e Maša, le due giovani amiche protagoniste, d’incontrarsi nuovamente, dopo un periodo di separazione, durante il quale Maša, impegnata al fronte in operazioni di conforto morale/materiale dei soldati, ha affidato suo figlio, il piccolo Paška, alle cure dell’amica.

La ragazza d’autunno è un film/parabola sulla fatica individuale e collettiva del ricostruirsi dopo gli orrori della guerra ed è contemporaneamente una straordinaria storia d’amore, per Iya dolorosamente viscerale e totalizzante.

Amore inteso come sentimento privilegiato che unisce tra loro alcuni esseri umani ma anche come capacità disinteressata di andare verso gli altri e prendersene cura; una capacità di cui è emblema il rapporto di Iya e del medico /direttore dell’ospedale militare Nikolaj Ivanovič, grondante una dolente pietas, coi pazienti traumatizzati nel corpo e nell’anima. Esemplare in tal senso una sublime sequenza: nello svolgere ancora una volta lo straziante compito affidatogli da  Nikolaj Ivanovič , Iya si accende una sigaretta e,  in un  silenzio fatto di sguardi più intensi di qualunque parola, dopo aver inspirato il fumo lo riversa dolcemente sulla bocca del morente Stepan, concedendogli l’ultimo piacere terreno e riuscendo nel piccolo miracolo di farlo partire per il suo viaggio senza ritorno col sorriso sulle labbra.

Iya, la spilungona del titolo originale (Dylda), affettuosamente soprannominata da Maša la “giraffa”, lavora nell’ospedale militare della città, dove cura i soldati superstiti con una dedizione che va ben oltre le normali mansioni infermieristiche. Timida e schiva, la “giraffa” ha in Maša l’unico riferimento affettivo, e soffre di una sindrome postraumatica a causa della quale cade di frequente in una sorta di stato catatonico, che fa da innesco a una tragica concatenazione di eventi. Una spirale che innesca a propria volta uno straziante gioco al massacro con la stessa Maša, disperatamente bisognosa di curare con un nuovo figlio il proprio istinto materno mortalmente ferito, e che purtuttavia non smette mai di avere il proprio epicentro nell’amore, indistruttibile sentimento – forse perché unica ancora di salvezza dalla devastazione di una guerra mai davvero conclusa – da cui tutto parte e tutto alla fine ritorna.

TEMATICHE, STILE E INTERPRETAZIONE

Ottima la prova degli attori, malgrado la giovane età e la scarsa o nulla esperienza, da Viktorija Mirošničenko/Iya a Vasilisa Perelygina/Maša, entrambe giustamente premiate, sino allo straordinario Timofey Glazkov, che veste i panni del piccolo Pashka.

 Con poche, efficacissime pennellate di rara eleganza formale, Balagov affronta molti temi scottati (secondo vari commentatori nella seconda parte del film persino troppi) : dalla vischiosità della guerra, le cui ferite sono destinate a rimarginarsi solo in superficie, alla pietas come unico mezzo di resilienza/sopravvivenza, dall’uso strumentale del corpo femminile all’ingessato e piramidale classismo del collettivismo sovietico, dalle dinamiche perverse in cui può sfociare una relazione amorosa alla facilità con cui chi è stato vittima tende a trasformarsi in carnefice, perpetuando all’infinito la perversione insita nei rapporti di potere.

 Il film, dominato da un tragico realismo di viscontiana eleganza, ha una prima parte più composta e lineare, in cui ci viene presentata la quotidianità della vita domestica, consumata tra povere stanze e goffi tentativi di corteggiamento, rudimentali cucine condivise e povere cose che passano di mano in mano. Un contesto dominato dalla miseria ma caratterizzato da uno straordinario uso dei colori, che fa godere di ogni immagine come fosse un’opera d’arte; “quando ho iniziato a studiare i diari e gli appunti di coloro che hanno vissuto quel periodo, ho scoperto che nonostante le difficoltà e la devastazione erano circondati da colori luminosi ogni giorno. Il conflitto tra i colori e la natura della vita nel dopoguerra è stato quasi fondamentale per la vicenda che volevo raccontare” ha non  a caso dichiarato il regista alla stampa.  Prima del ritorno di Maša a dominare la scena è il tenero/giocoso rapporto tra Iya e il piccolo Pashka , commovente emblema di un’innocenza e di una gioia di vivere soffocate dai postumi di una guerra che, nella mente e nel corpo dei superstiti, non ha mai smesso di essere combattuta.  La seconda parte è più complessa e dominata da perverse dinamiche interpersonali, ma non meno ricca di poesia e potenza emotiva. Le donne di Balagov lottano senza tregua, come altri personaggi che fanno loro da contorno, per restituire a se stesse e agli altri una vita degna d’essere vissuta; ma è una scommessa difficilissima da vincere, come dimostrano la goffaggine/perenne disagio di Iya e quella, meno prevedibile, della più forte e determinata Maša, costretta a confrontarsi con la propria impotenza in contesti sociali pronti a condannarla per il suo passato di consolatrice di soldati al fronte. Una goffaggine – cui allude il titolo russo, secondo l’interpretazione datane dallo stesso autore – che sebbene con diverse gradazioni si estende a tutti i personaggi, ed è metafora della difficoltà di reimparare, dopo i traumi della guerra, quel linguaggio dei sentimenti che è tutt’uno con la vita.

Alla riuscita del  film hanno dato un notevole contributo anche la direttrice della fotografia, Ksenia Sereda e lo scenografo Sergei Ivanov.

LO SGUARDO AL FEMMINILE DEL REGISTA

Il regista, non ancora trentenne, già autore dell’acclamato Tesnota, si è diplomato nel 2015 presso il laboratorio di regia del “ maestro di bellezza” Sokurov.  Durante la presentazione di  La ragazza d’autunno  al Festival di Cannes 2019, dove è stato premiato come miglior film nella sezione Un certain regard, ha detto tra l’altro: “Sono interessato da sempre al destino delle donne e, specialmente, di quelle che hanno vissuto sulla loro pelle la Seconda guerra mondiale. Secondo i dati, si è trattato delle guerra con il più alto grado di coinvolgimento femminile. Da autore, sono interessato a trovare risposte a una domanda: cosa succede a una persona, che si suppone un giorno dia la vita a un altro essere umano, dopo essere stata sottoposta alle prove della guerra?”.