Che fatica, la vita. puzzle incompiuto i cui pezzi a intarsio non s’intarsiano mai. Anni senza ricordi, da quanto, ormai, ha smesso di festeggiarne l’arrivo? Gocce di neve che toccano la terra senza mai arrivare a scalfirla, e come sono venute vanno, lasciandosi dietro solo chiazze gelate che il vento si porta via.

 Non un solo giorno degno di memoria, quella che la gente chiude negli album di famiglia, per nasconderla al tempo. Lei non sopporta le foto, non le ha mai sopportate. Come voler fermare il tempo, o imprigionare la vita nel cerchio di un attimo che non tornerà più. Penoso e inutile.

Istanti….ore, forse, quasi vicini alla felicità. Ma così pochi che a contarli tutti basterebbero le dita di una mano. E il resto? Solo lavoro, fatica… paura e attesa di qualcosa che potrebbe anche  essere ma  non sarà mai. E intanto la vita passa. Breve linea inafferrabile all’ombra di un cono di luce. Senza memoria né futuro, semplicemente inconsapevole.

Quell’uomo, che occhi! Pieni del male come del bene del mondo. Occhi che penetrano l’anima e avvampano le guance, non ne aveva mai visti così. Ecco, ora le passa vicino, lieve scambio di sguardi che si posa ovunque, sulla pelle e sul cuore.

– Scusi, saprebbe dirmi in che direzione devo andare per uscire da qui?  Credo di essermi perso.- il tono della voce, profondo e gentile, è rassicurante, ma Vania sente un’ondata d’ansia  irromperle in petto. Sforzandosi di controllare i gesti gli indica la strada Poi viene naturale iniziare a parlare e incamminarsi insieme. Che strano, non le era mai capitato di parlare con un estraneo sentendo tanta pace dentro. Come la neve che inizia a scendere piano e rende d’un tratto il mondo luminoso e avvolgente

Poi, la memoria che poco a poco torna a fluire dal ventre buio del tempo. E il futuro come linfa viva che accende di sé ogni remoto sentiero dell’aria.

LA VITA, QUANDO C’È, SI VIVE.

La terra gonfia sotto il sole d’estate

Le bacche rosse lungo i sentieri che portavano ai nidi delle aquile. E i campi di fragola al di là del fiume, inaccessibili e immensi.

La vita, quando c’è, si vive. Dopo si può raccontare, forse.

L’ultimo giorno, il volo  bianco di un gabbiano, prima rapace, poi quasi immobile sopra di loro, come a volerne  proteggere i passi dentro l’ombra delle sue ali E, inattesa e straziante, la partenza. Inesorabile come il tempo che prima o poi ci porta tutti via. O quella lettera rosa dal sigillo nero per evitare lo strazio degli addii.

Vania solitaria abitante di quella spiaggia ai confini del mondo che esce quando è  ormai sera e l’allegria triste degli ombrelloni ha ceduto il posto all’eleganza dei coni. Lunghi steli chiusi, statue d’ombra a scalare il cielo Vania che assapora l’aria, persa nell’orma di un ricordo  di luce, aspettando l’arrivo, tra la calma immota dei sassi, di un frullo d’ala lungo le nuvole.

Bianco, come la luna che accende il cielo.