Nella bella traduzione di Alberto Bracci Testasecca è da poco uscita per E/O una nuova edizione di  L’Enfant de Noè, scritto nel 2004  da Eric-Emmanuel Schmitt, uno dei più geniali, poliedrici e sensibili autori contemporanei. Concepito come segmento dell’articolato “Ciclo dell’Invisibile”, Il figlio di Noè è una parabola, dal sapore poeticamente fiabesco, sulla bellezza dell’intercultura e sulla capacità che l’essere umano possiede di sconfiggere anche il peggiore dei fanatismi, purché trovi la forza di tenere viva la memoria e preservare tutto ciò che del patrimonio umano è a rischio di estinzione. È proprio tale forza a costituire il perno attorno al quale ruota l’esistenza di Padre Pons, il protagonista del romanzo, che nel Belgio occupato dai nazisti si dedica a salvare con ogni mezzo bambini ebrei e spirito ebraico; perché essere uomini, ci ricorda ancora una volta per suo tramite Eric-Emmanuel Schmitt, significa prima di tutto possedere un senso di comune appartenenza e solidale condivisione, in virtù del quale percepire ciò che accade agli altri uomini come qualcosa che ci riguarda tutti e di cui dobbiamo quindi farci carico insieme. Un messaggio che appare tanto più necessario in un mondo come l’attuale, caratterizzato dalla diffusione virale di fobie oscurantiste, che alla pacifica convivenza tra i popoli preferiscono il conflitto permanente e all’“amorosa comprensione”, anticamera dell’accoglienza, l’odio e il rifiuto.

LA TRAMA

 Nella primavera 1945 il sacerdote Padre Pons si fa emblema vivente del principio evangelico “ama gli altri come te stesso”, mettendo a repentaglio la propria vita per difendere vita, storia e cultura, dei popoli minacciati dalla furia genocida dei nazisti. Fra i bambini che, nel collegio-orfanotrofio di Villa Gialla da lui diretto, sperano di ritrovare i genitori scampati alla guerra o almeno una nuova famiglia disposta ad accoglierli, c’è l’ebreo Joseph, che gli è stato affidato dai genitori nella speranza di salvarlo dalla deportazione. Dentro Villa Gialla si consuma un piccolo miracolo che la trasforma in una novella arca di biblica memoria: una singolare osmosi interreligiosa in virtù della quale Joseph impara a conoscere i riti cristiani, ai quali partecipa per nascondere meglio la propria identità ebraica, mentre padre Pons si attiva in ogni modo per non fargliela dimenticare, tenendo vivo, malgrado la propria salda fede cristiana, il culto ebraico, coi suoi riti e i suoi simboli liturgici:

«Tu, Joseph, farai finta di essere cristiano e io farò finta di essere ebreo. Sarà il nostro segreto».

In un mondo oppresso dalla più bestiale delle barbarie – suggerisce l’autore – le persone di buona volontà hanno infatti un solo modo per cercare di salvare etnie e mondi che altri vorrebbero far sparire per sempre: trasformarsi in nuovi Noè.

Tra inconsolabili separazioni e stelle che “cantano in yiddish”, pericolosi pedinamenti e preziose collezioni segrete, sacerdoti dalla doppia vita e farmaciste bestemmiatrici, padrini adolescenti e sorprendenti ufficiali della Gestapo, si snoda il racconto di formazione del piccolo Joseph, intriso di paura e dolore ma anche di gioia, amorevole accudimento e continue scoperte. Un percorso realistico ma intriso di magico lirismo, che lo farà crescere in fretta, aiutandolo a interiorizzare gli autentici valori della vita e a diventare un adulto capace a propria volta di trasformarsi in un moderno Noè.

STILE E TEMATICHE

La trama potrebbe definirsi, come suggerito dal titolo, di biblica memoria, in quanto rivisitazione della storia del retto Noè, rapportata al contesto nazista e purtuttavia immersa in una levità fiabesca, capace di attingere, come ogni grande fiaba, alle profondità della psiche e ai suoi ancestrali archetipi.

Temi forti e universali – l’amicizia, la solidarietà, il confronto col diverso qui rappresentato da due delle tre grandi religioni monoteiste, cristianesimo e ebraismo, la Grande Storia intessuta di micro-storie che raccontano l’orrore dell’olocausto nel più autentico dei modi possibili – sono affrontati da Eric-Emmanuel Schmitt con quell’originale stile, cristallino ed essenziale quanto intensamente poetico, che è uno dei suoi segni identitari; uno stile, qui ancora più che altrove, capace d’incantare, perché lo sguardo infantile da cui la narrazione è filtrata è intriso di una tenera malinconia aperta a sprazzi di gioia, e lascia nel lettore, insieme alla pena per ciò che è stato, il senso struggente di un’innocenza umana non completamente perduta, di un nocciolo profondo di assoluta bellezza che nessun male potrà mai cancellare

La prosa de’ Il figlio di Noè è inoltre strutturata su diversi livelli di lettura, così da essere pienamente fruibile anche dai ragazzini, alla cui crescita potrebbe anzi dare un prezioso contributo. Ulteriore suo tratto distintivo, che ne aumenta la capacità di coinvolgere, è una dolceamara ironia, tanto più teneramente feroce quanto più appare ingenua, come dimostra il dialogo tra Joseph e il suo “padrino” Rudy, in cui i due si allenano a non mostrarsi ebrei:

  • Come sono fatti gli ebrei Rudy?
  • Naso a becco, occhi sporgenti, labbro inferiore pendulo e orecchie a sventola
  • Dicono pure abbiano gli zoccoli al posto dei piedi e una coda tra le chiappe.
  • Beh, questo non lo so – disse Rudy serio. – Comunque in questo momento un ebreo è soprattutto uno cui danno la caccia per non arrestarlo. Ti va bene che non lo sei Joseph.
  • Anche a te, ti va bene che non lo sei, Rudy. Ma sarebbe meglio che smettessi di parlare in yiddish e dire schlemazel al posto di sfortunato.

Esemplare in tal senso anche la descrizione del nascere, dalla condivisione di sventure e dolorosa solitudine, della complicità tra Rudy e Joseph, con rovesciamento dei ruoli padrino/figlioccio assegnati da Padre Pons, perché Joseph, più lucido e intuitivo malgrado la minore età, capisce subito che tra loro è Rudy ad aver maggiore bisogno di protezione; una complicità destinata sia a rafforzare in entrambi autostima e capacità di resilienza sia a sfociare in duratura amicizia.

I PERSONAGGI

Padre Pons è un uomo semplice, reso grande da una sconfinata umanità, nutrita di precetti evangelici ma soprattutto del “tutto richiede solamente il mio accordo, la mia buona volontà, la mia amorosa comprensione”, di siddarthiana memoria. E come uomo che umilmente si aggira tra gli altri uomini, ebrei “cristiani avanti Cristo” che “aspettano ancora” e cristiani forse “ebrei sentimentali”, non esita a chiedersi se il fondamento ebraico del rispetto non sia ancora più importante del precetto cristiano dell’amore, stante la ben maggiore praticabilità del primo. Incapace di darsi una risposta, Padre Pons sa però fare di se stesso il simbolo di un’umanità a tutto tondo, capace di abbracciare tanto l’amore quanto il rispetto, l’amore che dà la forza di rischiare quotidianamente la vita per salvare quella altrui, ma anche il rispetto che impone di andare oltre, salvaguardando radici, simboli e valori minacciati di distruzione. Prima ancora di essere un uomo di fede il sacerdote è infatti un autentico democratico, per il quale “tutti gli uomini sono nobili” e non esistono verità assolute alle quali convertire chi ha convinzioni diverse, ma solo quelle relative – e di diversamente pari dignità – che ogni proposta di vita sottesa a ciascun credo religioso porta con sé. Perciò, per neutralizzare la (dis)umana follia volta all’annientamento di interi popoli – si tratti di ebrei o di zingari, di indigeni del Congo belga o di indiani d’America, di vietnamiti o di monaci tibetani, il principio è applicato dal sacerdote con pari rigore – Padre Pons ne colleziona oggetti/testimonianze capaci di custodirne per sempre “l’anima”.

Il goffo e infelice Rudy, cui il sacerdote dà il compito di fare da padrino a Joseph, intuendo le possibilità di un reciproco supporto, è un sedicenne troppo cresciuto, che non riesce a rispettare le regole della convivenza perché ha sviluppato, come reazione alla separazione coatta dai genitori, una sorta di apatia comportamentale impermeabile a qualunque insegnamento. Joseph dal canto suo è un bambino particolarmente intelligente e maturo rispetto ai suoi sette anni, che impara facilmente dal suo mentore Padre Pons l’arte di mentire e fingersi cristiano per sopravvivere. Un’arte dalla quale finisce col sentirsi sempre più coinvolto, perché affascinato dalla liturgia cattolica e consapevole della diversa qualità della vita, in tempi di nazismo, dei suoi fedeli in confronto alla propria, tanto da arrivare a desiderare di convertirsi al cristianesimo. Joseph è in definitiva un bambino vivace e curioso, che nonostante le grandi difficoltà non smette di crescere, sperare e apprendere dal suo “eroe” padre Pons, insieme al senso di giustizia, l’arte dell’amore e del rispetto delle proprie radici.

L’AUTORE

Eric-Emmanuel Schmitt è un sessantenne franco/irlandese naturalizzato belga, membro dell’Académie Goncourt e prolifico autore di opere di narrativa, racconti e romanzi, che hanno ispirato molti adattamenti cinematografici, da Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano a Odette Toulemond e Piccoli crimini coniugali, e gli hanno fatto ottenere riconoscimenti di grande prestigio quali il premio Goncourt. Ma la versatilità di Schmitt va oltre, perché è anche sceneggiatore e regista, nonché il più rappresentato drammaturgo del panorama teatrale mondiale di oggi.

IL FIGLIO DI NOÈ DI ERIC-EMMANUEL SCHMITT: STRUGGENTE STORIA DI FORMAZIONE DI UN BAMBINO EBREO IN EPOCA NAZISTA E PARABOLA/APOLOGO  SULLA NECESSITA’ DI PRESERVARE L’ANIMA DI TUTTI I POPOLI/ESSENZA DELLA NOSTRA UMANITA’