Tecla tre volte è l’ultima opera di Gianluca Morozzi, artista poliedrico e instancabile autore di romanzi, saggi, racconti e graphic novel. Si tratta di un coinvolgente romanzo sospeso tra realismo magico e registro umoristico, agito da un mistero che rivela la sua vera natura solo nelle ultime pagine. Oltre ad essere una storia d’amore, resa intrigante e originale dal talento morozziano, già ampiamente dimostrato nella precedente bibliografia e caratterizzato soprattutto da una profondità ammantata di scanzonata e brillante leggerezza, Tecla tre volte è anche una surreale parabola sul ruolo svolto nelle nostre vite dal caso e dal libero arbitrio     

LA TRAMA

L’incipit del romanzo, sospeso tra presente e futuro, registro onirico/fantastico e realismo, è giocoso come un fumetto, che è del resto una forma artistica con cui l’autore ha grande consuetudine. In una via del quartiere popolare Bolognina, nella Bologna della metà degli anni ’90, il protagonista, ai tempi bambino di 7 anni e mezzo, sta giocando a L’uomo ragno contro Abominio quando vede uscire da una scintillante capsula metallica un uomo dalla tuta scarlatta. Emozionato e smarrito l’uomo, che gli rivela di essere lui stesso a distanza di 24 anni, consegna al bambino un cubo dotato di tre cariche, grazie alle quali Nazario avrà l’opportunità di rimediare per tre volte agli altrimenti irreparabili errori della sua vita. Il dono viene inoltre accompagnato da un enigmatico indizio, “Atene 18”, di cui solo in seguito Nazario capirà a proprie spese il senso, capace di far virare la storia narrata in una imprevedibile direzione.

La narrazione morozziana si sposta quindi in avanti sino ad arrivare al Nazario trentunenne, cantante di una cover band dei Genesis e tifoso sfegatato del Bologna, piuttosto insicuro e maldestro verso le donne. Non a caso il suo spirito-guida è uno dei personaggi più irresistibilmente imbranati di Woody Allen, l’Allen Felix protagonista di Provaci ancora Sam, che aveva a propria volta come spirito guida Humphrey Bogart (nessun cinefilo può dimenticare la mitica scena finale del film, nella quale il protagonista realizza il suo eterno sogno di riuscire a imitare il proprio idolo Bogart/ Rick Blaine in Casablanca, mentre vede scomparire tra le nuvole l’aereo che allontana per sempre da lui l’amata Ingrid Bergman/Ilsa Lund). Figlio di Kalispera, cantante commerciale le cui fortune permettono a Nazario di vivere praticamente di rendita, il giovane si vergogna di cotanta madre e cerca, sebbene con scarso successo, di realizzarsi a propria volta in ambito musicale. Durante uno dei suoi concerti, nei quali usa bizzarri quanto irresistibili travestimenti alla Peter Gabriel, conosce Tecla, fotocopia in chiave secchiona dell’attrice Gloria Guida, sex symbol degli anni ’70, ed è colpo di fulmine, sulle prime ricambiato perché la ragazza lo identifica con l’eroe del suo romanzo preferito. Tra citazioni cinematografiche e musicali, ex intenzionati a imporre sino allo sfinimento la propria ingombrante presenza e fantascientifici quanto premonitori sogni condivisi, la relazione tra i due sembra avviarsi a una felice conclusione, finché una serie di esilaranti equivoci fa precipitare le cose. Il finale, romantico ma al contempo di una disincantata ironia, fa trionfare l’amore in modo imprevisto e spiazzante, chiudendo il cerchio magico delle tre possibilità offerte dal cubo.

I PERSONAGGI

Molto irrisolto sia sul piano lavorativo che sentimentale, bisognoso di continue rassicurazioni e di una guida che lo orienti nelle scelte, Nazario è il perfetto emblema dei tanti giovani di oggi che non riescono a crescere e ad emanciparsi pienamente dalla famiglia di origine, complice la precarietà professionale. Tecla è anche lei una ragazza come tante, innamorata dell’amore e dell’idea romanzata che si è fatta di Nazario piuttosto che dell’uomo reale, coi suoi tentennamenti e le sue imbranataggini. Amelia, storica amica del cuore di Nazario, ricorda Emma, la protagonista dell’omonimo romanzo di Jane Austen, avendo come lei una personalità forte e determinata a imporre agli altri la propria volontà, volta a favorirne la realizzazione amorosa. Ma mentre Emma è cieca verso i sentimenti propri e altrui, Amelia, che ha l’inestimabile dono di saper ascoltare e saper sempre cosa dire, li comprende benissimo e sa abilmente agire di conseguenza, spiazzando amici e lettori.

Tra gli altri personaggi ne troviamo uno già presente in Bologna in fiamme, in cui vinceva addirittura l’oscar per il miglior film straniero: il grande regista Achille Carruba, su cui Nazario si fa una cultura al solo scopo di poterla esibire alla sua fan Tecla, creando così un sostrato di affinità elettive. Ma troviamo soprattutto l’alter ego narrativo del protagonista, il già citato spirito-guida alleniano Allen Felix, il cui ruolo di deus ex machina nel procedere del racconto è destinato però a cedere il posto a una misteriosa figura che agisce nell’ombra, svelandosi solo nell’inatteso finale

TRA PROFONDITA’ E BRILLANTE LEGGEREZZA

Tecla tre volte potrebbe definirsi una versione intimista e (post) romantica del multiforme Morozzi-verse precedentemente citato. Tra contagioso humour dal sapore alleniano e malinconico senso della precarietà umana, fraintendimenti sentimentali da commedia degli equivoci e lutti amorosi di ardua rielaborazione, romanticismo e disincanto, si evolve, si aggroviglia e s’involve la relazione tra Nazario e Tecla, che proprio d’amore forse non è, o quanto meno non d’amore ricambiato. Non a caso lo spirito che pervade il romanzo ricorda – tanto per inserirci nel solco delle citazioni cinematografiche morozziane – la poetica e briosa leggerezza di “Pensavo fosse amore invece era un calesse” di troisiana memoria.

 Sotto la patina scanzonata il romanzo suggerisce una moltitudine di spunti di riflessione, dalla fluidità delle relazioni umane e delle emozioni che le muovono – cui fa da contraltare la forza dirompente dei sentimenti più autentici che sono gli unici capaci di sopravvivere – agli equivoci che minano i nostri progetti di felicità; dalla relatività della dimensione temporale, cui fa da corollario la possibile intercambiabilità delle linee che la regolano – simboleggiata dalla scintillante capsula metallica – all’irridente ma cionondimeno feroce critica al prepotere delle nuove tecnologie, il cui abuso sta distruggendo il calore dei rapporti umani (“Io dico che WhatsApp è il grande male del nostro secolo. Ha condotto alla distruzione uomini migliori di me. Sarebbe da mettere fuorilegge.”)

Ma Morozzi ci spinge soprattutto a riflettere su quello che costituisce il vero perno narrativo attorno al quale ruota Tecla tre volte: l’incidenza nelle nostre vite del caso da un lato e del libero arbitrio dall’altro, da cui discendono scelte spesso irreversibili. Un tema che, per proseguire ancora lungo la strada delle citazioni cinefile care all’autore, ricorda quello di Sliding doors, con cui il libro di Morozzi condivide anche l’essere una sagace commedia, caratterizzata da un sapiente uso tanto dei personaggi  quanto dei meccanismi narrativi, anche se, rispetto alla pellicola di Peter Howitt, il cui intreccio è “a carte scoperte”, Tecla tre volte è un’opera più onirica e sfuggente. Del resto il film con cui il romanzo di Morozzi presenta maggiori affinità tematiche è un altro, Destino cieco del grande Krzysztof Kieslowski, con cui condivide non solo l’assunto di fondo secondo cui la vita umana può cambiare in conseguenza del mutare di una circostanza apparentemente insignificante ( si tratti di un treno sul quale non si riesce a salire oppure, come per Nazario, di una bottiglia di merlot rovesciata maldestramente addosso, di un bacio scambiato con una seduttrice coatta o della sventurata dedica su un libro/pegno d’amore), ma anche l’articolazione del percorso narrativo/cambiamento di vita in tre possibili strade, ciascuna delle quali apre a un diverso futuro. Un futuro che in Tecla tre volte appare unito dalla trasformazione dell’amore ricambiato, con le sue aspettative di perfezione, in dolorosa imperfezione.

CONOSCIAMO L’AUTORE

Oltre che autore di narrativa e saggistica Morozzi è musicista – chitarrista di una tribute band che omaggia Bob Dylan – speaker radiofonico, fumettista, docente di corsi di scrittura creativa e direttore editoriale della casa editrice Fernandel. Uno dei suoi romanzi, Blackout, nel 2007 è stato adattato per il grande schermo da Rigoberto Castañeda, mentre la sua vita è stata oggetto di una biografia scritta da Carmine Brancaccio: L’era del Moroz. Tra la vita e la scrittura di Gianluca Morozzi .

Volendo individuare nella sua ampia bibliografia dei tratti identitari, si potrebbero trovare innanzitutto nella capacità di affrontate temi di rilievo universale tramite una camaleontica penna che non scade mai nel banale ed emana una straripante vitalità dal retrogusto noriano. Marchio di fabbrica dell’autore è però, anche e soprattutto, quello che viene chiamato il Morozzi-verse, “un universo coerente e articolato condiviso dai personaggi di quasi tutte le sue opere, che possono fare capolino uno nel romanzo dell’altro o essere semplicemente citati di sfuggita (…)”, come è stato definito da Luca Lorenzon; un universo intriso di humour allegramente contagioso, a tratti sferzante e grottesco. La consuetudine di far riapparire i personaggi dei suoi romanzi, magari come fugaci cammei, in altre storie, è un vezzo mutuato da Irvine Welsh e da Stephen King. Influenzato, per sua stessa ammissione, da quest’ultimo, ma soprattutto da Nick Hornby e Paolo Nori, Morozzi ha sempre saputo mantenere un’indipendenza cerebrale, quella che Cuore chiamava Resistenza umana”, e un fortissimo legame con la sua Bologna, “città strana, né davvero provinciale né metropoli…” , della cui anima bohémienne è diventato narratore per molti oggetto di culto.

TECLA TRE VOLTE DI GIANLUCA MOROZZI: UNA BRILLANTE PARABOLA SULLA RELATIVITÀ DEL TEMPO E LA FORZA DEL LIBERO ARBITRIO MOSSO DALL’AMORE.