Marianna guarda il reticolo nero che le scorre davanti, l’immensa pianura velata appena da un sole opaco. Tra qualche ora rivedrà Sandro, sua madre, gli altri. Annusa il cielo, strana pioggia gialla che si posa sul cuore, fuliggine che dall’aria intorno scivola nell’anima, come un dolore che affiora piano dall’intimità delle cose.

E la  mente corre attraverso i binari neri e i campi di terra bruciata, s’inerpica lungo sentieri di montagna per ridiscendere tra colline brulle colorate d’ autunno. La casa, il ritorno, la fuga del treno oltre la cortina di nebbia. L’odore acre d’incendi appena spenti, Sandro che le fa regali per il compleanno e l’onomastico, Vergemoli dal cuore di pietra e il ventre nero. Marta, Renata, Sonia e i loro mariti quarantenni vecchi dagli occhi spenti.

PAROLE ROSSE A RIEMPIRE IL CIELO, TANTI ANNI FA

Parole rosse a riempire il cielo, tanti anni fa, la piazza bianca sotto la luna d’estate. Che belli quei due, così biondi, così uguali, così colorati, sembrano dei appena scesi dall’Olimpo. Uomini come cose e cose come uomini, solo un minuscolo filo li separa, l’invisibile filo che traccia il cammino del dolore del mondo. Devono averci messo mezza Svezia in quegli zaini, o mezza Norvegia o giù di lì. Parole come gesti di un rituale consunto dentro la malinconia degli oggetti intorno. Così teneri così luminosi, quasi l’abbagliano. I diamanti da cui non nasce niente e il letame da cui nascono i fior, chissà perché oggi quella canzone non le si scolla dalla mente. Così affamati, sembra che non mangino da un mese. Né diamanti né letame, la vita è tutto, la vita non separa. Così appiccicati, sembra che abbiano la colla dentro la bocca, un bacio e un boccone, un boccone e un bacio. Sandro e il primo bacio sulle labbra chiuse, mentre il cuore sembrava esplodere in petto, all’ombra nera della torre di pietra. Poi a un tratto Paolo con le sue dita d’acciaio. Farlo è una necessità, le aveva detto, così maldestro, così famelico. E lei che lo aveva lasciato fare, solo per vedere dove sarebbe arrivato Così impudichi, anche la lingua adesso; la guardano. il profumo della campagna in primavera increspata dal soffio del vento. E la faccia che nel saperlo avrebbe fatto Sandro, già se la vedeva davanti, lo sguardo lievemente offuscato, le guance tremanti d’ira impercettibile…Non ha mai sopportato guardare gli altri che si toccano ma loro sono così innocenti, il primo uomo e la prima donna nel giardino dell’Eden, così intrecciati, così teneri, così vivi. Forse è solo perché sono belli, o perché sono innamorati o perché non hanno ancora vent’anni, ma in loro non c’è quella fame triste che la costringe a farlo al buio, per non sentirsene addosso la pena. Forse è Sandro sbagliato, o forse è lei che è sbagliata. Magico, come l’aria o il sogno, tenero e avvolgente, prezioso e implacabile.

O forse, è la vita sbagliata. L’aria accesa che vibra intorno, profonda e insondabile come gli abissi del mare. Ecco, ora è lì….Un’ ira cieca la prende, strazio, pena, furore, vorrebbe alzarsi a separarli, picchiarli, tutto purché la smettano. Ha il cuore in fiamme, la testa che le scoppia le mani che le bruciano…. vorrebbe piangere, distruggere, gridare, qualunque cosa pur di spezzare la perfezione del cerchio…Affonda il viso in grembo, come separata da sé.

IL PRIMO ABBRACCIO SOTTO LA LUNA

Il primo abbraccio sotto la luna di Vergemoli, secoli fa. Poi subito farfalla senza più involucri, insaziata ansia  di voli nei cieli della notte. Sino a quel grido che ha lacerato il buio, ma solo per consegnarla ad acque di lago monotono, tutto già tracciato, tutto già saputo. E ora onde che si accavallano, si frangono gemendo e subito rinascono, grumo d’amore vivo asceso dal cuore della terra. Uomini inanimati come cose, sparse clessidre lungo i tempi dell’amore.

Ma l’amore non ha un tempo, l’amore non ha inizio né fine, l’amore è ovunque. E’ dentro e intorno, è soffitto dalle luci brevi fatto parete di buganville della casa dell’Isola, fischio greve delle rotaie reso silenzio intessuto di suoni rapiti. 

Quando riapre gli occhi lei non c’è più ma lui è ancora lì, tenero dio-bambino perso nel sonno dei sogni. D’improvviso, si sveglia e le sorride, poi le va vicino e le sfiora il palmo d’una mano.

E ALLORA, L’ONDA ROSSA.

E allora, l’onda rossa. L’onda rossa che l’ha sempre lambita appena e ora invece la invade, prima tenera e quieta, poi ansante e impetuosa, s’increspa, oscilla, spumeggia… I bottoni di madreperla, uno dopo l’altro, che importano gli anni, i segni del tempo sotto la seta bianca, ciò che è stato e sarà, che importa tutto… Al diavolo il tempo, Sandro, sua madre, l’aids. Solo l’aria di primavera, e  il mondo come luce impazzita lungo i sentieri del suo stupore.

L’universo è dentro e fuori di loro, è nella pioggia che copre piano le cose, che per un attimo si placa   e poi subito riprende, nell’oro rosso che galleggia ovunque e gonfia di sé ogni invisibile pulviscolo dell’aria. Oltre le gallerie del sogno e le pareti della vita intorno. Al risveglio, solo due lattine vuote e  un sole senza raggi inciso sul sedile. Onda rossa già richiusa dalle acque grigie, incanto breve d’una parentesi dentro quel vuoto immenso.

Ma no che non è chiusa, non si chiuderà mai perché le magie non si spengono. Lasciano i loro piccoli grani dietro di sé, le magie. Di fuoco e aria come la trama dei sogni o della polvere impalpabile di cui sono fatte le stelle comete.

NOTE BIOGRAFICHE: Alice Delacourt, di origini bretoni, vive da molti anni in Italia, dove lavora come interprete e traduttrice