BINARIO-PENTAGRAMMA

È un ricordo lontano, carico di nostalgia e riconoscenza, quello che mi lega al bus diretto dal colore azzurro un po’ sbiadito, della linea extraurbana La Spezia – Carrara. Enrica con dei crackers in mano ed io con una mela in borsa, determinate nella scelta comune di quella scuola lontana, ci incontravamo in piazza Chiodo, al capolinea, verso le sette, e salivamo sul “nostro” bus: vecchiotto, ma solido e rassicurante, per più di un’ora diventava la nostra casa; così, per tutto il viaggio, approfittando del vantaggio di arrivare per prime, ce ne stavamo sedute comode ai primi posti, accanto all’autista, un giorno l’una, un giorno l’altra vicino al finestrino, come in solotto, sul divano, davanti alla tivù. La  strada si snodava lenta, con tante fermate, una curva dopo l’altra; le prime volte ce ne stavamo assonnate e timorose, in silenzio, guardando fuori, col pensiero al calore delle nostre case, dalle grandi finestre affacciate sul monumento a Garibaldi, con le stanze profumate di latte e caffè, che lasciavamo così presto e a malincuore la mattina, per raggiungere una città  sconosciuta …


Ogni mattina era una festa

STELLE E FIORI SOTTO LA NEVE

Ad ogni fermata salivano compagni di scuola: all’ospedale Antonella, Elisabetta e Anna sempre insieme, a Fornola Gianni, con un’eschimo talmente usato che stava rigido come cartapesta, a Ressora saliva Angela, che riempiva il bus con la sua allegria dal posto di guida fino in coda…poi, a Sarzana, Riccardo, Adriana,  Maurizio, Jaqueline e tutti gli altri del Liceo Artistico e dell’Accademia…Ogni mattina era una festa sul bus azzurro, il mezzo di trasporto più amato e animato tra tutti quelli in cui io sia mai salita, dove la nostra affettuosa vivacità aleggiava  come in una famiglia: sguardi ridenti, abbracci stretti, a volte sì, anche facce imbronciate e qualche battibecco,  ma la voglia di vivere lì si tagliava col coltello; accomunati dalla stessa passione, ci consolavamo sul bus per i fallimenti nelle lezioni di  disegno dal vero e per i primi amori non corrisposti; ci si congratulava per i buoni risultati di fine quadrimestre ripassando anatomia, o  si parlava male dei professori, mentre Cristina non riusciva a trattenere i suoi frequenti attacchi di residua creatività infantile e tracciava ghirigori col dito sul vetro appannato… Massimo e Nadia invece, come consumati amanti, si baciavano sull’ultimo sedile …

Sul bus si dimenticava insieme il controsenso di doverci lasciare alle spalle quello stupendo golfo detto “dei poeti” per cercare la necessaria istruzione da giovani artisti in una città che non ci apparteneva…  


Oltre frontiera…

CALICI E BETULLE

Ma correvano incontro al futuro, quelle ruote in marcia verso la libertà, quei portabagagli carichi di righe, squadre, compassi e cartelle traboccanti di fogli disegnati,  quelle borse colme di entusiasmo per le scoperte e le avventure quotidiane della fantasia. A Migliarina, la bicroma silouette della chiesa di San Giovanni portava il mio pensiero in alto per chiedere a Dio dove mai sarebbe stato il mio posto un giorno; pregare e riflettere sul bus azzurro mi era naturale, spontaneo, proficuo: viaggiando intuivo la soluzione di problemi, risolvevo equazioni di algebra, progettavo composizioni,  immaginavo contrasti, luci, ombre, accostamenti di colore…e il viaggio diventava breve …

Mentre Enrica ed io conversavamo tranquille, il bus accompagnava le nostre idee e i nostri desideri lontano da madri ansiose per la lontananza, proprio ai piedi delle Apuane. Puntuali alle otto, tutti insieme arrivavamo sotto quei monti bianchi e incombenti, ognuno nelle nostre rispettive aule, odorose di resina, di acqua ragia, di vernice, di gesso e di creta…… Amavo raffigurare i modelli in posa, facendo capolino da dietro un cavalletto tanto più grande di me, conoscere storie di palazzi, monumenti, statue, affreschi e cattedrali, o modellare la terra…. Ed era il bus azzurro a portarmi ogni giorno in quel paradiso degli occhi, della mente, delle mani e del cuore che è  un scuola d’arte…

Ma in quella città mi sentivo oltre frontiera…

Anche un centodieci e lode può nascondere tristezza …

RIPIDE MONTAGNE

All’una, dopo l’ultima campanella, noi tutti camminavamo affamati e frettolosi ad invadere nuovamente il bus azzurro per il ritorno; ed era un sollievo sedersi su quelle poltroncine rigide, severe e non troppo eleganti, ma la cui familiarità me le rendeva care come le sedie di casa, e già dopo la discesa dei Boschetti gli occhi stanchi e le mani fredde, sporche di carboncino e gessetti, pregustavano riposo e calore…  Dopo pranzo, in primavera, spesso studiavo al sole, in una panchina sul piazzale Del Marinaio, dove le magnolie e la salsedine si mescolavano in un profumo che era quello di casa mia, del mio cortile di palme e gerani, delle piccole vie tra il Torretto e il Prione, dove comperavo tubetti di tempere e pennelli, inchiostro e cartoncini……, era il profumo del molo Italia, dove mi nascondevo dietro al faro quando avevo voglia di riflettere e di stare sola respirando il mare….Era il profumo delle mie piazze, delle mie vie, della mia città.

Il giorno dopo ancora, sopra il bus azzurro, a farmi trasportare da quella corrente di fiumi d’acquerello, per sentire i colori scorrermi nelle vene…Uno dopo l’altro tanti ne sono trascorsi, e finalmente, qualche anno dopo, anche il giorno della tesi è arrivato, portando, insieme alla più grande soddisfazione, anche un pizzico  di amarezza: perché pensavo che quando un bus per l’ andata non aspetta più in piazza Chiodo tutte le mattine e che non ci sarebbe stato ritorno agli anni più sereni, e che forse un qualunque altro bus mi avrebbe accompagnata altrove, anche un centodieci e lode può nascondere tristezza.(Costava quattromilacinquecento lire al mese quella felicità irripetibile  che non potrò dimenticare)…

Un’isola felice

FREDDA COLLINA

In seguito ho cambiato amicizie, abitudini, case e professioni; la vita mi ha trasformata, regalandomi, attraverso le burrasche o i momenti felici, l’esperienza e l’insegnamento degli anni, mentre le mostre, gli eventi, le manifestazioni, riempivano le mie stagioni…Ho sempre continuato a dipingere, dentro gli occhi e nell’anima il blu cobalto dei tramonti dietro al Parodi, l’oltremare e smeraldo dell’acqua sconfinata tra Portovenere e la Palmaria, il rosa dell’alba sopra Lerici….

Avevo imparato a creare, per mezzo dell’arte, un’isola felice in mezzo alle piccole e grandi difficoltà di un’esistenza piena di complicazioni che ho potuto così, nel tempo, serenamente accettare, sdrammatizzare e a volte perfino scordare. Mi ha risollevata quando ero a terra , ha colorato giorni grigi e notti bianche, ha tinteggiato di pennellate arcobaleno i momenti più neri, l’arte che ho imparato là, dove ogni giorno mi ha portato per mesi, per anni, pioggia o sole, vento o temporale, il bus azzurro a cui oggi, dopo tanto tempo, ancora sono grata

Adesso mio figlio frequenta il Liceo Artistico Cardarelli, di fronte al Palasport, che raggiunge in 10 minuti di bus  arancione della linea urbana n.1; in bici o a piedi, quando c’è il sole; per chi ha passione è una fortuna che oggi non sia più necessario arrivare fino a Carrara per imparare ad esprimersi con i colori, ma a volte, quando mi parla delle sue esperienze pittoriche,  ho come l’impressione che sulla sua tavolozza manchi una tinta: proprio quell’azzurro un po’ sbiadito.. e che stia  perdendo  ogni giorno un bus che possa condurre i suoi sogni in un luogo sicuro …

Aurora Natale è una pittrice spezzina con diverse mostre e riconoscimenti al suo attivo, nonché autrice di racconti, poesie e un romanzo,
“La beatitudine delle lucertole”.  Le immagini inserite nel racconto sono riproduzioni di suoi dipinti.