L’estate è stagione di partenze, di ritorni, di viaggi, di incontri. Sotto un albero di ulivo ho avuto l’occasione di intrecciare visi e storie.

  Passeggio per un uliveto centenario, a Villamassargia, in Sardegna, un piccolo borgo con una piazza da Cent’anni di solitudine. Cerco una pianta in particolare, un ulivo grandissimo e antichissimo, sa reina, la regina.  Un gruppo di operai a lavoro per ripulire il terreno dalle erbacce mi indica la direzione e mi avvio. Gli ulivi esercitano un fascino strano su di me: sono gli alberi dell’infanzia, quelli del paesaggio che sento dentro e  che ha dato l’imprinting al mio sguardo sulla natura. Mi fanno sentire a casa. Raggiungo sa reina: è un albero maestoso, un perimetro di 16 metri, dice la mia guida; ha una chioma imponente, mi incute una sorta di reverenziale timore ( espressione che sa di antico, ma come risuona bene nella mia mente: è sano sentirsi intimoriti dalla grandezza che emana da quei rami). Mi siedo, penso che intorno a quel tronco e sotto a quei rami sono passate mille storie, mille volti. Come nel gioco delle libere associazioni di idee,  anche nella mia mente appaiono storie e volti e luoghi; prima in una sorta di giostra veloce, poi qualcuno si ferma, i contorni si fanno nitidi, l’ambiente si definisce.

IN LIBRERIA

Sono in una libreria in un sobborgo di Philadelphia, un enorme megastore in cui si vaga per ore godendo dell’aria condizionata durante un agosto rovente, si prende un caffè e si fanno due chiacchiere, si legge una bella porzione di un libro che poi non viene comprato. Davanti a me una signora sui sessant’anni, vive lì da tanto tempo, ma è siciliana. Ho conosciuto sua figlia in un gruppo di conversazione in lingua italiana e qualche giorno fa mi ha detto che la madre avrebbe tanto voluto incontrarmi. Ho accettato, senza capire bene il motivo della sua insistenza. La signora ha uno sguardo dolce e  i disegni della fatica tracciati con le rughe. Parla e racconta, come se ci conoscessimo da sempre, di lei giovanissima che lascia la Sicilia, si imbarca a Genova per gli Stati Uniti, dove raggiungerà un fratello emigrato da tempo; del lavoro come sarta, tante ore al giorno in un bugigattolo a New York, del suono di una lingua che non conosceva e le sembrava ostile, del ritorno affannoso attraverso  le strade del quartiere, in cui anche comprare della frutta usando  quella lingua sconosciuta era un’avventura complicata.

DALLA SICILIA ALL’AMERICA

Non lascia trasparire molte emozioni, racconta; le immagini scorrono in modo fluido, mi sembra di vederla, mi sembra di capire e non capisco, invece. Ho visitato da poco Ellis Island, sono tutta impregnata di commozione per la valigia di cartone e i nomi scritti male sui documenti, mi sembra di essere in grado di cogliere ogni sottile sensazione provata da chi lascia una vita e un mondo per un altro che sogna migliore. Non colgo proprio nulla, invece.

La signora continua col suo racconto: l’incontro con l’uomo che diventerà suo marito, un uomo dai facili entusiasmi, che lei segue in California, dove aprono un ristorante. Pochi anni e molti sacrifici; tanta fatica e pochi guadagni, si torna nell’ Est di  un Paese che ora è più familiare, non del tutto accogliente, forse, ma più familiare. La donna è dolce e asciutta nel suo racconto; siamo due estranee, ma c’è una sorta di intimità. La figlia l’ha accompagnata, ma non si è fermata, lei ha chiesto di rimanere sola con me.

Arriva il tempo delle domande; le chiedo se è mai tornata in Italia. Mi dice di sì, due volte e ha portato i figli con sé. Molte cose erano cambiate, per lei che rivedeva luoghi e persone dopo tanti anni e tutto era strano e incomprensibile, per i figli adolescenti cresciuti in America. Sorride. È il tempo delle domande: “ Tu sei calabrese, vero?” chiede. Annuisco, la sento incredibilmente vicina, non siamo più estranee.

PIOGGIA D’ARGENTO

Non so cosa mi aspettassi da quell’incontro, rivelazioni strazianti, storie drammatiche a lieto fine, le immagini da film neorealista.  Quello che ho ascoltato e sentito è diverso, non riesco a collocarlo nella mia mente, a catalogarlo, ma mi tocca nel profondo, su corde che non sono certa di riconoscere. Sorride ancora.  E parla: “ I miei figli non sanno niente degli ulivi. Non sanno quanto è faticoso il tempo della raccolta e non sanno come sono belle le foglie. Non sanno che se ci siede sotto un albero di ulivo e si guarda in alto, si vede la pioggia di argento. Ho nostalgia di quella pioggia di foglie, ma non posso parlarne, perché i miei figli non la conoscono. Quando sono tornata in Sicilia, volevo rivedere l’argento muoversi su di me, sono andata nell’uliveto in cui facevo la raccolta da piccola, in un pomeriggio come questo, caldo, ad agosto. Mi sono seduta sotto un albero e ho alzato la testa. Per tanto tempo. Tu sai cosa vuol dire, per questo volevo vederti, perché so che capisci”.

Sono passati più di dieci anni da quella conversazione. Sono seduta all’ombra dei  rami antichi di sa reina, a Villamassargia. Da un anno mio padre mi ha lasciato il suo uliveto da accudire. Guardo in alto e mi godo la pioggia d’argento.

NOTE SULL’AUTRICE: Maria Palmieri insegna lettere nelle scuole superiori.