Categoria: Scritti da me

LA GUERRA DEI TRE ANNI E TRE GIORNI

In un tempo lontano, ma così lontano che nessuno se lo ricorda più, sulle pendici di una collina, al centro del regno di Va-Su-Là, c’era un paesino chiamato Pepparegna.    L’unico lavoro consentito alle donne del villaggio era occuparsi della casa e dei figli, a meno che non si trattasse di singole, cioè di creature così straordinariamente belle o spaventosamente brutte, incredibilmente fessacchiotte o eccezionalmente intelligenti, da avere raggiunto la maggiore età  senza trovare uno straccio di marito. Ma non trovare marito era in quei tempi una vera disgrazia. Le singole infatti potevano uscire solo per lavorare o fare la spesa e anche in tali occasioni, se venivano sorprese a parlare con qualche sposato – uomo o donna che fosse – venivano multate per intralcio alla tranquillità familiare e dipinte con una pittura multicolor in segno di disprezzo. Per tale ragione erano state soprannominate “zitte”; solo che nella pronuncia pepparegnese, poco incline a far sentire le doppie, la predetta parola si trasformava immancabilmente in “zite”, da cui è poi derivato il famoso nomignolo “zitella”.

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ANNA O DEL RISCATTO

ANNA O DEL RISCATTO

Il giorno in cui Anna si sposò, fu un giorno felice. Quasi come quelli della vendemmia, lungo i filari rossi dell’uva, da bambina, quando il nonno la chiamava a raccogliere i chicchi caduti a terra e il sole dorato riempiva le nuvole.

La gente intorno che sorrideva, i cesti colmi di rose, tutti che facevano ala al suo passaggio come davanti a una regina. E soprattutto, lui. Lui di cui non sapeva niente, se non che era bello e forte, sapeva infilare con dolcezza gli anelli  al dito e aveva un figlio che stava su una sedia a rotelle e da lì guardava il mondo con occhi di cane braccato. Nemmeno la notte con le sue spine, riuscì a toglierle tutto il bene che il giorno le aveva dato; dalle bestemmie di lui, come dal suo pianto, continuava caparbia e leggera ad affiorarle al cuore un’ eco di musica.

Era stato difficile ma c’era riuscito, alla fine. E mentre finalmente si ritraeva da lei, quello strazio che l’aveva fatta gridare e aleggiava ancora intorno le pareva nient’altro che il prezzo di quel cerchio di luce sul suo dito e tra le nuvole. Gliel’aveva ben insegnato la mamma, quand’ era piccola, che le cose belle si pagano.

I  primi mesi lui rientrava a casa per cena e si arrabbiava solo quando non la trovava pronta oppure vedeva Dario. Diceva che quelli così hanno bisogno di dormire, la sera, perciò è bene che vadano a letto presto. Anna capiva che non potesse sopportare di vederselo attorno, con quella bocca e quegli occhi tagliati come i suoi ma sfigurati dalla malattia; le sembrava già talmente tanto, che un uomo solo si fosse tenuto in casa una disgrazia così.

Ma a volte Dario si rifiutava di mangiare prima dell’arrivo del padre, e di mandarlo a letto senza cena a lei non bastava l’anima. Così lui aveva preso l’abitudine di rientrare sempre più tardi, talvolta restava fuori tutta la notte o per giorni interi. E lei si addormentava quasi sempre su una sedia di cucina, a luce spenta perché una volta che, rientrando, lui aveva trovato accesa l’abat-jour, con un gesto impercettibile della mano ne aveva frantumato la lampadina.

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