Categoria: SCRITTI IN LIBERTA’

GIADA DEL MARE

Giada delle nuvole, Giada in autunno vestita coi colori della primavera. Giada che ama più i libri degli uomini, dicono i colleghi  ridendo. E non sanno che gli uomini dei libri non umiliano mai, non  insultano non comandano non gridano. La vita che prende piano forma attraverso le pagine, il suo incedere leggero sotto  gli occhi e le dita. E, d’improvviso, l’anima finestra aperta sul mondo. Quanti voli attraverso i cieli di primavera, malgrado il gelo dell’inverno … radiosi e strani, vite solitarie che a un tratto s’incontrano per riempire di sé l’una il tempo dell’altra.

L’ANIMA FINESTRA SUL MONDO

Come quando, da piccola, giocava a intrecciare le sue dita con altre dita, e il palmo che ne nasceva sapeva accogliere un mondo fuggevole e immenso.

Leggere, conoscere, imparare … E un domani saper trasmettere agli altri ciò che si è imparato, per dare loro almeno un po’ di sé e sentirsene insieme più compiute e più vive. Anche se la sua vita è così scontrosa che mai nessuno la cerca. Trama d’oro lungo il gomitolo dei giorni, che sconfigge la paura e riconcilia col mondo.

IL TEMPO E’ INCLEMENTE. CHI NON E’ NATO LUPO DEVE FARE L’AGNELLO

– Mi spiace dirglielo signorina, ma lei non è per nulla adatta a questo tipo di studi. Anzi, se mi consente di essere del tutto franco, non mi pare proprio adatta allo studio in sé. Si dedichi ad altro, mi dia retta …

   Il tempo è inclemente, il tempo non perdona, chi non è nato lupo deve fare l’agnello, è il destino, e chi è nato ignorante  deve continuare a fare lavori da ignorante, altro che studiare! E lei che era stata così stupida da pensare di farcela… E’ troppo giovane per avere imparato come va il mondo, ma imparerà. Imparano tutti prima o poi.

LA SERA NON C’E’ TEMPO PER PENSARE

Cameriera di giorno e lava-scale di sera, dieci ore di corse da un tavolo all’altro e scale senza fine da strofinare; poi papà da accudire, pasti da cucinare pavimenti da pulire, parole dette piano, per farsi compagnia. La sera non c’è tempo per pensare né forza, i libri cadono ai piedi del letto mentre vagoni di graffiti neri le passano davanti senza fermarsi. E ogni giorno si risveglia in un lago vischioso, ore prima del richiamo di papà e del suono della sveglia, ma con la mente ancora troppo annebbiata per  riuscire a pensare. Sino a quel grido improvviso. La faccia raggrinzita, il dolore affondato nella carne , quel canarino spaventato che le resta in eredità insieme all’odore della morte.

ANCORA IL CUORE IN SPRAZZI D’ARIA

 Poi, finalmente ancora il cuore in sprazzi d’aria, quelle frasi segnate da mille matite, che hanno accompagnato tante ore dei giorni…  Ma il tempo è inclemente, il tempo assopisce tutto. Forse sono gli anni, forse quegli stracci bianchi e grigi che a furia di riempirsi di nero le hanno annerito anche la mente, o gli ordini dei tavoli che a furia di ronzarle in testa le sono entrati sin dentro l’anima. Ma non importa. Deve farcela, a qualunque costo. Malgrado la fatica, malgrado il sonno, malgrado tutto.    Prima che sia troppo tardi, prima che il tempo si porti via anche ciò che le resta… Persino i colori. Persino l’attesa di quello che verrà.

 –  Accetti un consiglio da un vecchio professore signorina. Non insista a perdere tempo in attività verso le quali non ha alcuna predisposizione. Oggi volete tutti studiare ma con la disoccupazione intellettuale che c’è  il nostro paese ha molto più bisogno di gente che sappia fare bene un mestiere. – Una frase come tante. Succede.  In fondo se un giorno tutta la gente si svegliasse volendo cambiare lavoro non ci sarebbe più ordine nel mondo, né armonia.  Sono importanti l’ordine e l’armonia, perché dove non ci sono loro c’è il caos.

AI VECCHI, LA MORTE. AI GIOVANI, LA VITA

“Ai vecchi, la morte. Ai giovani, la vita.” Rami secchi di un albero, inutili, inconsistenti, stupide frasi. “Ai vecchi, la morte. Ai giovani, l’amore”. Cerchi vuoti fatti di sputi d’aria, nient’altro. Per gente che passa il suo tempo a guardare il cielo rigirandosi le dita. E’ una che lavora lei, e la mattina deve alzarsi presto.

L’aula bianca coi poster colorati.  Il mappamondo posato in una angolo. Bastava farlo girare piano, poi chiudere gli occhi e riaprirli, per arrivare là dove si era fermato. Quanti viaggi lungo le strade del mondo …. E che colori, che luci! Che importava se non c’erano soldi né per le navi e gli aerei né per i treni. Se i suoi compagni avevano i genitori ad aspettarli all’uscita da scuola e ai loro compleanni non la invitavano mai. Che importava la mamma inghiottita dal buio in una sera di pioggia, papà vecchio e malato capace solo di offendere e di farsi servire.  C’era il profumo degli alberi in fiore, lungo la strada che portava a scuola. L’odore della terra bagnata sotto le piogge di primavera. E ogni volta in cui puntava  il dito sul mappamondo, gente che l’aspettava sorridendo in qualche luogo lontano. Soprattutto,  c’era l’incanto … d’ una zucca vuota più di quelle di Halloween che poco a poco si riempie di meraviglia, di una tela misteriosa e dolce di parole capace di svelare mondi mai neppure immaginati.

CAMMINARE TRA I BANCHI PORTANDOSI DIETRO QUELL’ODORE LEGGERO

E la prof di lettere che entrava in aula senza fare rumore, con quegli abiti che portavano l’estate nel cuore dell’inverno. Così bella che veniva voglia di toccarla, per capire se era vera. Tutta la classe  per un attimo smetteva di parlare e le sorrideva. Alcuni si alzavano in piedi per salutarla, altri no, ma lei non si arrabbiava  mai e sorrideva a tutti. Anche a lei. 

Che voglia di prenderle la mano e strofinarsela sul cuore, allora; e poi sul viso e sugli occhi. E tenercela finché il male chiuso dentro fosse sparito come sabbia all’arrivo del vento di primavera. Diventare come lei. Sapere e, ciò che si sa, condividerlo con gli altri. Camminare tra i banchi portandosi dietro quell’odore leggero….Ai vecchi, la morte. Ai giovani, la vita. Parole d’aria che l’aria chiude e si porta via.

IL TEMPO COME UN CORVO, ABBARBICATO SULLE RIVE DELL’ANIMA

E ancora solo clienti da accontentare, scale da lucidare pavimenti da pulire, conti da pagare che non tornano mai. Il tempo come un corvo, abbarbicato sulle rive dell’anima. Che ogni ora solleva un po’ di più le sue ali per avvicinare la fine dei giorni. 

Giada del mare cogli occhi alla finestra e il cuore di nebbia. Specchio nero avviluppato dalle onde, che s’inseguono e si frantumano per rinascere ancora. Senza principio né fine. Senza più rimpianti né attesa. Senza che l’ultima conservi traccia di quelle venute prima di lei.

Un giorno dopo l’altro, un attimo dopo l’altro. Finché il silenzio e il buio non spegneranno anche l’ultimo barlume di luce

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LA GUERRA DEI TRE ANNI E TRE GIORNI

In un tempo lontano, ma così lontano che nessuno se lo ricorda più, sulle pendici di una collina, al centro del regno di Va-Su-Là, c’era un paesino chiamato Pepparegna.    L’unico lavoro consentito alle donne del villaggio era occuparsi della casa e dei figli, a meno che non si trattasse di singole, cioè di creature così straordinariamente belle o spaventosamente brutte, incredibilmente fessacchiotte o eccezionalmente intelligenti, da avere raggiunto la maggiore età  senza trovare uno straccio di marito. Ma non trovare marito era in quei tempi una vera disgrazia. Le singole infatti potevano uscire solo per lavorare o fare la spesa e anche in tali occasioni, se venivano sorprese a parlare con qualche sposato – uomo o donna che fosse – venivano multate per intralcio alla tranquillità familiare e dipinte con una pittura multicolor in segno di disprezzo. Per tale ragione erano state soprannominate “zitte”; solo che nella pronuncia pepparegnese, poco incline a far sentire le doppie, la predetta parola si trasformava immancabilmente in “zite”, da cui è poi derivato il famoso nomignolo “zitella”.



Le singole potevano uscire solo per lavorare o fare la spesa e anche in tali occasioni, se venivano sorprese a parlare con qualche sposato/sposata venivano multate e dipinte con una pittura multicolor in segno di disprezzo.

Malgrado ciò, al villaggio si andava d’amore e d’accordo, (a parte certe faccende interne alle famiglie e allora più di ora destinate a restare confinate nel segreto delle mura domestiche). Le ragioni di tale armonia erano molte. Prima di tutto, quando s’ignora l’esistenza di altre vite possibili, solitamente ci si dà daffare per farsi piacere quella che si ha.  In secondo luogo  i sentieri che univano le case, disseminate qua e là, al centro del paese, erano così graziosi che nel percorrerli si era per forza felici. In terzo luogo – sebbene non meno importante – i dolci pepparegnesi erano talmente buoni che nel mangiarli passava qualunque tristezza Ma un giorno tutti gli uomini partirono per la guerra contro il regno di Mezzaloca e rimasero via per tanti e tanti  anni Le maritate dapprima piansero e continuarono a fare ciò che avevano sempre fatto, cioè occuparsi delle faccende domestiche. Le singole invece si fregarono le mani, pensando che poteva essere l’occasione giusta per mostrare quanto valevano veramente. Poco alla volta però sia le une sia le altre iniziarono a preoccuparsi, perché si resero conto che intorno a loro tutto andava a rotoli. Le zite maggiorenni infatti erano una ventina in tutto e, malgrado il generoso moltiplicarsi del loro impegno, ciò che riuscivano a fare era del tutto insufficiente rispetto ai bisogni del villaggio. Le scuole avevano un  migliaio di allievi ma potevano contare solo su tre insegnanti, l’economia non aveva più he un’imprenditrice, la quale aveva dovuto moltiplicare e diversificare la sua attività e malgrado ciò non riusciva certo a star dietro a tutto, eccetera eccetera. Considerata l’emergenza il GC approvò a larga maggioranza la decisione di sostituirsi provvisoriamente agli uomini in qualunque attività, permettendo anche alle sposate di lavorare fuori casa

IL GRAN CONSULTO


la piccola ma agguerrita minoranza riuscì a far passare un importante emendamento

Dato però che le pepparegnesi erano molto democratiche e chi è veramente democratico, di solito, non tratta le minoranze come fossero mosche intorno al naso, la piccola ma agguerrita minoranza riuscì a far passare il seguente emendamento : “La predetta decisione, considerata la sua importanza per la vita dell’intera comunità, per essere efficace dovrà essere approvata all’unanimità, con voto espresso da ogni pepparegnese di età superiore ai 15 anni, tramite l’invio porta a porta di delegate del Gran Consulto”. In realtà a molte donne, sia singole che no, la delibera del GC sembrava parecchio temeraria, ma nelle assemblee spontanee sorte un po’ ovunque  vi fu chi fece presente che tutte le fabbriche stavano chiudendo, chi fece notare che le banche non riuscivano  più né a prestare né a restituire soldi, chi paragonò le scuole alle peggiori strade delle più malfamate periferie ecc. ecc.. Fu così che alla fine anche le più dubbiose si espressero in favore del sì. Il paese entrò quindi in uno straordinario periodo di prosperità, anche perché le donne, soprattutto quelle elette alle cariche pubbliche, mettevano in ciò che facevano un entusiasmo che gli uomini avevano perso da tempo.

LA GUERRA

Poi, un certo giorno, la guerra con il Reame di Mezzaloca finì e gli uomini tornarono  a casa. Le donne spiegarono loro le ragioni per le quali ne avevano preso il posto, aggiungendo che, dato che le cose funzionavano bene, ritenevano che nell’immediato non fosse il caso di cambiarle. Ai maschi in realtà non sarebbe dispiaciuto, dopo le fatiche della guerra, starsene un po’ tranquilli ad occuparsi della casa e dei figli; ma dato che già allora un uomo che si lascia guidare dalle donne era considerato un pappamolle, nessuno ebbe il coraggio di dar loro ragione. Così, dopo aver invano cercato di riportare madri, mogli, figlie e sorelle al comune buon senso, i maschi pepparegnesi decisero di passare all’azione. Fu stabilito che ogni uomo avrebbe fatto rientrare in casa  le proprie donne, o con le buone o con le cattive, e una volta lì le avrebbe chiuse a chiave in una stanza finché non fossero rinsavite. Le pepparegnesi, ovviamente, non erano neanche un pelino d’accordo e il GC, per l’occasione riunito in seduta straordinaria, decise la ribellione a oltranza nei confronti del potere maschile. Decretò inoltre all’unanimità – sebbene dopo un’accesa discussione – che ogni donna maggiorenne, dopo aver finto obbedienza al marito per non vedersi privata della libertà, non appena possibile sarebbe fuggita sui monti, da dove sarebbe stato più facile organizzare il movimento di  Resistenza. Pare che a convincere anche le più contrarie, come Angela della Manera che non riusciva a dire bugie e Arianna del Mughetto che adorava il marito, fosse stata la seguente frase pronunciata dalla presidente del Gran Consulto, Venanzia della Pustolona di anni 103: “ se giusto è il risultato, ben va ogni mezzo usato” (detto per inciso pare anche che la predetta frase sia stata ripresa con lievi  modifiche, in tempi meno lontani, da un certo Machiavelli Niccolò  che essendo – guarda il caso – maschio è diventato famoso mentre che sia esistita Venanzia della Pustolona non lo sa nessuno).Come accade a tutti i movimenti di resistenza, anche la prima resistenza femminile della storia ebbe il suo “braccio armato”, costituito dal temibile GALOM, Gruppo armato per la liberazione dall’oppressione  maschile. Dato che le armi di oggi allora non esistevano il GALOM  faceva periodici assalti al paese con sassi, nodosissimi rami appuntiti usati come spade, ricci e ramoscelli d’ortica. I maschi a loro volta si riparavano come potevano dietro padelle-scudo, pentole-elmo e persino vasi da notte antiriccio. A notte fonda inoltre gli uomini facevano anche parecchi tentativi di salire sui monti, un po’ perché era il momento in cui si sentivano in cuore un certo non so che, e un po’ perché speravano, con l’aiuto dell’oscurità, di cogliere le loro donne nel sonno, così da poterle arrotolare per bene nei sacchi a pelo, caricarsele in spalla e in quattro e quattr’otto riportarsele a casa.

LA RESISTENZA


anche la prima resistenza femminile della storia ebbe il suo “braccio armato”, costituito dal temibile GALOM, Gruppo armato per la liberazione dall’oppressione  maschile

Nessuno dei tentativi però ebbe successo e in due soli casi i maschi riuscirono ad avvicinarsi alla cima del monte Blu, dove si trovavano sia la tenda sede del GC sia quella che ospitava il comando del Galom. La prima volta un certo Polotto Giancarlo, non essendo riuscito a scaldarsi i piedi, malgrado le borse d’acqua bollente e i calzini lasciati abbrustolire al fuoco del caminetto, decise che si sarebbe a tutti i costi riportato a casa la sua Stella. Il caso volle che quella sera il turno di vigilanza fosse proprio assegnato alla Stella che, quando vide il marito, arrossì come una barbabietola e lasciò cadere l’enorme pentola che teneva in mano. Giancarlo a sua volta era tutto stordito e lasciò cadere la pietra che portava con sé.   Erano giusto sul punto di buttarsi l’uno nella braccia dell’altra quando, allo scoccare della mezzanotte, si materializzò alle loro spalle la terribile Paolona Trecocche, con la mano destra armata di un fascio di ortiche e la sinistra di un battipanni. La sola vista di un così grazioso insieme bastò perché Giancarlo se la desse a gambe. La seconda volta fu quando Paolo Tonno stava anche lui per raggiungere la vetta del monte Blu, approfittando di una febbre da fieno che aveva decimato la Resistenza; a causa di tale febbre, infatti, le poche donne rimaste in piedi erano costrette a turni di vigilanza massacranti, grazie ai quali avevano  preso una certa abitudine a dormire d’in piedi. Dato però che le pepparegnesi erano ingegnose e concrete – cioè capaci di risolvere i problemi anziché nasconderli, come fanno tanti maschi, dietro foglie di lattuga – avevano escogitato un bellissimo sistema per potersi concedere qualche sonnellino, senza dare nell’occhio né mettere in pericolo la Resistenza. Avevano infatti incaricato l’artista Immacolata Del Mirtillo di realizzare maschere in cera modellate a loro immagine, indossando le quali a chiunque le guardasse parevano più vigili di un cane da guardia mentre in realtà, sotto sotto, se la ronfavano beatamente (pare che l’arte di dormire ad occhi aperti che ha tanto successo tra gli studenti di oggi sia iniziata da lì).

LA MASCHERA


Le donne della Resistenza avevano incaricato l’artista Del Mirtillo di realizzare maschere in cera che le facessero sembrare più vigili di un cane da guardia quando in realtà, sotto sotto, se la ronfavano beatamente

Il caso volle che Paolo Tonno, arrivato a pochi metri dalla tenda del Gran Consulto, alla vista della (maschera della) moglie fosse sopraffatto dall’ira e, lasciando cadere il tegame che gli nascondeva metà del volto, corresse verso di lei, per riempirla di schiaffi e trascinarla a casa tenendola per i capelli.Ma mentre l’ignara Carlotta, stremata da tre turni consecutivi di guardia, continuava a dormire, il tonfo provocato dal tegame risvegliò la loro unica figlia Carmela che dormiva nelle vicinanze e che, senza riconoscere il padre, lo fece oggetto di una fitta sassaiola; quando poi Carmela, dal noto timbro degli “Aih!” e degli “Oih!” pronunciati ad altissima voce, si accorse che si trattava del papà, si precipitò a riempire una pentola d’acqua ghiacciata che convinse il Tonno a darsela a gambe. Morale, dopo ben tre anni, tre mesi,  tre settimane e dodici ore di guerra ininterrotta, nessuno ne poteva più. Le maritate, a parte qualche eccezione, iniziavano a sentirsi  malinconiche. Alcune senza un bel bisticcio quotidiano si sentivano come babà senza rum. Altre senza coccole non riuscivano proprio a dormire. Altre ancora, senza qualcuno cui comandare – lasciandolo astutamente nell’illusione che a comandare sia lui – si sentivano tremendamente inutili, eccetera eccetera. Anche le singole, che all’inizio si erano parecchio divertite, ormai rimpiangevano i vecchi tempi. In alcuni giorni pensavano continuamente a quei momenti sul lavoro che avevano fatto loro capire di non essere da meno, quando non addirittura di valere di più, di quei colleghi maschi ai quali non potevano rivolgere la parola. Altre volte  sognavano senza tregua alcuni dolcetti pepparegnesi, impossibili da farsi in montagna per mancanza delle materie prime, inghiottendo i quali si aveva la sensazione che dalla gola partisse un certo non so che, capace di trasformare in gioioso il più nero degli umori. Sul fronte maschile era anche peggio. I giovani innamorati la notte non chiudevano occhio, per l’amarezza della solitudine e il pensiero dei pericoli nei quali poteva imbattersi l’amata. I vecchi e quelli di mezz’età a loro volta non ne potevano più di case sottosopra, piatti sporchi e bimbi urlanti da tenere a bada. Ma, ciò che più conta, tutti, vecchi e giovani, singoli e maritati, scemi e furbi, insomma, proprio tutti i pepparegnesi maschi non ne potevano più di piedi freddi e calzini bucati. Anche quelli che, come Paolo Tonno, da anni non rivolgevano parola alla moglie se non per insultarla né la toccavano se non per picchiarla, si sentivano disorientati, sia per via dei calzini bucati sia perché non sapevano più su chi sfogare la propria voglia di menare le mani e dire frasi tremende, successivamente alle quali si sentivano più beati che se avessero compiuto una buona azione; pertanto, dato che alle sensazioni piacevoli ci si affeziona  con facilità, avevano iniziato a rivolgere le loro attenzioni  verso i maschi pepparegnesi. Non a caso vennero rispolverati, dal vecchio codice penale ormai caduto in disuso, i reati di Rissa molesta, Ingiuria maldestra e Lesioni con fratture multiple. In quattro e quattr’otto venne inoltre bandito un concorso per poliziotti paesani – corrispondenti agli attuali metropolitani – che, a memoria di pepparegnese ancora in vita, in paese non s’erano mai visti.

L’AMBASCIATA


“Se siete d’accordo d’ora in poi, al fine di tornare a vivere in pace, per metà anno saranno i maschi ad occuparsi delle faccende pubbliche e a lavorare  mentre le donne si occuperanno della casa e dei figli, ma nella restante metà dell’anno sarà l’inverso. A una condizione però , che …

Fu così che un bel giorno si riunirono, da una parte il GC, mente della Resistenza femminile pepparegnese, dall’altra un’assemblea organizzata dai maschi in quattro e quattr’otto,  grazie al passaparola. Al termine delle predette riunioni, incredibilmente svoltesi a distanza di mezz’ora l’una dall’altra, ciascun fronte prese la solenne decisione di proporre all’altro un armistizio. Anche in quel caso le donne precedettero gli uomini di una mezz’ora circa, e mentre i tre maschi scelti per l’ambasciata si accingevano a salire sul Monte Blu, davanti agli uomini ancora in assemblea si materializzò
l’ambasciatrice delle donne Veronica dell’Arengario, sul dorso di un quadrupede a metà strada tra un asino e il mitico unicorno . Veronica aveva un’espressione compunta e con gesti ritmici sventolava un’enorme bandiera bianca.

“Chi vi parla è stato autorizzato dal Gran Consulto della Resistenza femminile pepparegnese a farvi la proposta seguente – esordì, scandendo bene ogni parola, per conferirle solennità ma anche per evitare che la balbuzie, di cui aveva sofferto da piccola, potesse a un tratto riemergere: – Se siete d’accordo d’ora in poi, al fine di tornare a vivere in pace, per metà anno saranno i maschi ad occuparsi delle faccende pubbliche e a lavorare  mentre le donne si occuperanno della casa e dei figli, ma nella restante metà dell’anno sarà l’inverso. A una condizione però: che a pulire i bambini piccoli quando è necessario ( non serve dire perché …) durante il giorno ogni volta che è possibile ma soprattutto durante la notte, siano sempre i maschi. – Poi aggiunse, dopo una rapida pausa, essendole tornata in mente la raccomandazione che le era stata fatta in proposito dalle maritate: – Così imparano a non averlo mai fatto in vita loro!!- Cogliendo quel miscuglio di disorientamento e senso di colpa, ma qua e là anche disappunto e aperta disapprovazione  che si leggeva sui volti maschili davanti a lei, la delegata del Gran Consulto cercò di rendere il più possibile suadente il tono della propria voce e così concluse: –  In cambio, dato che la nostra proposta vuol essere giusta e imparziale, le pepparegnesi  s’impegnano a far mangiare i figli in qualunque circostanza e momento, sia che allattino sia che non allattino al seno!

-Buhhhh!-

-Eh siiii!

-Bel cambio!

-All’armi, qui vogliono fregarci!

Furono alcuni dei più gentili commenti che seguirono la proposta di Veronica, che con voce gonfia d’ira allora tuonò: “Così volete continuare la guerra?! E sia!!! Ma poi non venite a dirci che non vi abbiamo dato neanche un’opportunità!!

-Ma cosa dice quella!

-Oh questa è bella, loro che danno a noi l’opportunità!::

-E di cosa poi!?….

-L’opportunità di uscirne con dignità, brutti mangiapatate crude, che senza noi manco vi sapete cuocere quelle!

-Mangiapatate sarete voi!!!Anzi, patatone!

-Teste vuote!

-Traditrici della vostra razza!

-Prepotenti e infingardi!

-Zita! – tuonò una voce baritonale, appartenente ad un pepparegnese chiamato Attilio della Valmoresca; le intenzioni di Attilio erano di far tacere l’ambasciatrice del GC e non di insultarla; solo che  per via dell’inflessione locale come al solito “Zitta!” divenne “Zita”

VERONICA


Anche in quel caso le donne precedettero gli uomini di una mezz’ora circa, e davanti agli uomini ancora in assemblea si materializzò di punto in bianco
l’ambasciatrice delle donne Veronica dell’Arengario

Ora, premetto che Veronica dell’Arengario, oltre ad essere dotata di un alto senso di giustizia, era una ragazza riflessiva e intelligente, capace di accettare col sorriso sulle labbra avversità e insulti, aspettando con pazienza il momento adatto per restituirli o, a seconda dei casi, perdonare; proprio grazie a tali doti il Gran Consulto l’aveva scelta come propria ambasciatrice. Ma si sa che c’è un limite a tutto. Del resto, c’è qualcosa di peggio del sentirsi dare della zita quando si hanno ben 20 anni, tre mesi e 18 ore, si è belle come il sole, intelligentissime, generose sino al martirio e in effetti neanche un ominicchio ha mai mostrato interesse per te?! Offesa a morte, l’ambasciatrice del Gran Consulto era già risalita sul suo mulo per andarsene quando l’astuto Ulisse – soprannominato così non si sa se per via della nota furbizia o della moglie Penelope – ritenne giunto il momento d’intervenire

-Chiedo scusa, anche a nome dei miei irruenti colleghi, alla gentilissima Ambasciatrice della Resistenza pepparegnese, e la supplico di non andarsene, ricordandole che far cessare questa guerra fratricida è interesse di entrambe le parti!

Visto che l’espressione di Veronica restava simile a quella di un samurai che si accinge al combattimento, l’astuto Ulisse urlò: “Presto Arcimboldo, porta qui il tiramisù che ho preparato ieri io stesso, così da deliziare un poco la nostra incantevole ospite e farci perdonare!”. L’ambasciatrice, che adorava il tiramisù, strabuzzò per un attimo gli occhi, poi raccolse tutto il coraggio che aveva.

-Come osate….off…off..feee..ndermi così…pensate che io sia corr…corr…corruttibile?! Non siete neppure degni di rivolgere la parola ad un’esponente della resistenza femminile papp…papp…aregnese che combatte e combatterà sino alla fine per la più giusta delle cause: riconoscere ad ogni cre…crea..tuuu.ra pari diritti e paaa..pa.ri dignità! Vi ritengo indegni di paaaaa…paaaa…parrlarmi e di sollevare su di me il vostro sguardo! – disse, sentendosi sempre più infuriata e rossa in volto come un pomodoro maturo.

MAGIE D’AMORE

fu allora che l’imprevedibile accadde …

Fu allora che l’imprevedibile accadde: Attilio di Valmoresca, lasciando tutti senza parole, cadde in ginocchio davanti a lei; alcuni dissero perché spinto dal dispiacere di vedere sfumare, a causa del proprio comportamento, ogni speranza di pace; altri pensarono perché sopraffatto dalla grazia della giovane ambasciatrice, In realtà lui stesso non avrebbe saputo dire le ragioni che lo spingevano a fare così,

-Scusate se mi permetto ancora di rivolgervi la parola, Signora – disse, con gli occhi verde-mare fissi a terra –  ma voglio che sappiate che mi pento del modo oltraggioso col quale mi sono rivolto a voi, pur senza alcuna intenzione di ferirvi, e dal profondo del cuore vi chiedo perdono. Ma vi prego, non permettete alla mia leggerezza di rovinare la pace, nella quale prima di tutto voi e i miei figli meritate di vivere.

Veronica si sentì di colpo stanchissima e tanto infelice, perché le cose non avevano preso la piega sperata, perché dopo tanti anni aveva nuovamente balbettato e anche per un certo, indefinito struggimento che sentiva per la prima volta in vita sua.

-Rialzatevi, ve ne prego signore – rispose con voce gentile e ferma, malgrado il tremito che dentro di lei aveva preso il posto dell’ira.  – Mi basta la vostra parola d’onore che d’ora in poi tratterete le donne con il rispetto che meritano.

-La vostra gentilezza d’animo mi colma di stupore!

– Smettete o dovrò pensare che vi stiate prendendo gioco di me- ribatté Veronica, questa volta quasi sussurrando e senza guardarlo.- Per dimostrarvi che vi ho perdonato, se lo desiderate al mio rientro porterò i vostri saluti a vostra moglie; basta che me ne diciate il nome.

Attilio tardò a rispondere, perché anche lui avvertiva una strana sensazione di stordimento e aveva bisogno di raccogliere le idee; poi disse, sempre con gli occhi fissi a terra:”Sono lo sposo di Arianna del Mughetto che tutti chiamano Ari, Signora. E dato che la vostra gentilezza mi rende ardito, vi prego di dirle che i nostri bambini godono tutti di buona salute e che non c’è stato un istante, in questi anni,  in cui loro ed io abbiamo smesso di pensare a lei

– Glielo dirò Signore, sarà certo felice d’essere destinataria di un così dolce pensiero

Veronica si morse un labbro sentendosi avvampare ma ormai la frase era uscita, senza che lei lo volesse

– Mai felice come colui al quale voi rivolgerete un altrettanto dolce pensiero, Signora.

Terminata la frase Attilio di Valmoresca alzò gli occhi sull’ambasciatrice che, a sua volta, in quell’istante lo guardò. Si scambiarono un rapido sorriso, poi entrambi distolsero lo sguardo e Attilio si alzò in piedi.

-Oh bene bene, sono proprio contento che tutto si sia chiarito – s’intromise l’astuto Ulisse che, in onore al suo nome, sapeva cogliere al volo il momento giusto per intervenire – Posso chiedere alla gentilissima Ambasciatrice il permesso di  consultarmi un attimo coi miei compagni in privato?

Veronica, ancora stordita, gli accennò sì col capo.

-Cari compagni, io direi di accogliere la proposta delle donne senza indugi, compresa la condizione-capestro. Basterà solo aggiungere al patto una piccola frase e si risolverà tutto, lasciate fare a una vecchia volpe come me!

L’ARMISTIZIO


I maschi, stremati dai calzini bucati e dai piedi ogni giorno più gelati, diedero a Ulisse carta bianca rispetto alla proposta della Resistenza Femminile.

I maschi, stremati dalla fame, dai figli sempre più fuori controllo e dai piedi ogni giorno più gelati, diedero ad Ulisse carta bianca. E lui chiese a Veronica di far inserire nel patto d’armistizio, a mo’ di sigillo, una clausola “di apertura” – sebbene, in base ai diversi punti di vista, si sarebbe anche benissimo potuto definirla di chiusura – consistente nella seguente frase:“ A meno che circostanze eccezionali non impongano di fare diversamente”. Detto per inciso, si trattava di una clausola degna della fama dell’Astuto Ulisse, il quale nel formularla non immaginava che avrebbe in tal modo dato avvio ad un nuovo genere di linguaggio, che allora nessuno ancora conosceva mentre oggi è noto a tutti come “politichese”. Il più furbo dei pepparegnesi maschi chiese quindi a Veronica di raggiungere il prima possibile il monte Blu, per portare al Gran Consulto la controproposta maschile. La giovane ambasciatrice percorse l’intera strada dal paese ai monti senza smettere di piangere, e per la prima volta in vita sua senza saperne il perché. Forse  piangeva perché sentiva dentro di sé qualcosa di misterioso che la riempiva di smarrimento, o forse per la gioia di aver scoperto una tale emozione e il rischio che aveva corso di non conoscerla mai. Il GC, che era solo un pelino più astuto dell’astuto Ulisse, si dichiarò d’accordo all’unanimità con la controproposta maschile ma a propria volta chiese di aggiungere alla frase voluta dai maschi la seguente postilla:

“L’eccezionalità delle circostanze non dovrà però essere lasciata all’arbitrio delle parti ma valutata da un organo imparziale, composto per metà da uomini e per metà da donne, sia maritate che singole. Il termine “zita” sarà d’ora in poi bandito da tutta Pepparegna, in quanto offensivo della dignità della persona. Inoltre, a partire da questo momento, chiunque – uomo o donna – usi violenza fisica o morale verso il proprio consorte o altro familiare, quali che ne siano la causa scatenante e le finalità, sarà punito con l’esilio dal regno e con l’infamante marchio, impresso sulla fronte col ferro e col fuoco, “T U”, cioè traditore dell’Umanità. Tutti i matrimoni nei quali avvenga anche un solo, purché comprovato, episodio di violenza, sono automaticamente annullati e la vittima riacquista subito la libertà di risposarsi, diventando proprietaria esclusiva di tutti i beni del coniuge violento.”

La postilla femminile fu accolta dai maschi esausti a larghissima maggioranza, sia pure con qualche mal di pancia e il voto contrario d’una dozzina di irriducibili, capeggiati da Paolo Tonno.

LA PACE


A partire da quel momento pace fu, e uomini e donne, in perfetta alternanza, iniziarono a sfaccendare ed affaccendarsi – nel senso che un po’ lavoravano e un po’ no – una volta a casa e l’altra fuori

A partire da quel momento pace fu, di nome e di fatto, e uomini e donne, una settimana gli uni e una settimana le altre, in perfetta alternanza, iniziarono a sfaccendare ed affaccendarsi – nel senso che un po’ lavoravano e un po’ no – una volta a casa e l’altra fuori. Così tutti erano più contenti perché, se nei lavori  ci si alterna, ci si annoia anche molto meno ed iniziò una convivenza tra i sessi gioiosa e serena. Fu risolta anche la spinosa questione del cambio dei bambini Le donne infatti, essendo da sempre abituate a lavorare più dei maschi e ad occuparsi di tutto un po’, si resero spontaneamente disponibili  ad aiutare i propri uomini, senza aspettare che inventassero chissà quali scuse; a volte per amore verso i loro piccoli, a volte per amore verso quei baùscia con cui avevano deciso di condividere la vita e, a volte, per tutte e due le ragioni. Sul versante  maschile persino gli uomini più violenti e tradizionalisti,  mossi dalla volontà di non passare il resto della vita a chiedere l’elemosina in qualche luogo sperduto, con il marchio dell’infamia impresso in fronte, si adattarono al nuovo corso e, superate le prime settimane di assestamento, impararono a sfogare i propri istinti su mobili, statue e suppellettili varie. Attilio e Arianna condivisero, senza smettere di volersi bene, il resto della loro vita ed ebbero altri tre figli.

E POI…


coloro che durante la vita sono stati amati non muoiono mai!”

Colei che era stata ambasciatrice del Gran Consulto durante la guerra dei tre anni e tre giorni,  non si sposò mai; si dedicò alla filosofia e ad educare le giovani menti  alla libertà di pensiero. Nel proprio tempo libero, inoltre, Veronica si prestò ad aiutare le famiglie del villaggio, prendendosi cura dei loro bambini nei momenti di difficoltà ed affezionandosi loro come fossero stati i suoi figli. Le pepparegnesi che le furono accanto negli ultimi momenti di vita raccontarono che il suo viso, deformato dal dolore, poco prima del trapasso si trasfigurò Chi l’assisteva non poté vedere il sorriso verde-mare del giovane uomo chino su di lei, né udirne la voce che diceva: “Non devi temere la morte, perché coloro che durante la vita sono stati amati non muoiono mai”, perché erano rivolti soltanto a lei. Le altre zite, che anche grazie a Veronica avevano mostrato a tutti di non essere da meno delle loro sorelle maritate, non furono mai più chiamate così, non solo  perché lo vietava la legge ma perché nessuno si sentì più in diritto di farlo. Divennero inoltre libere di parlare in qualunque occasione con chiunque volessero, sia perché così stabilivano le nuove Tavole di Pepparegna, sia perché, poco alla volta, la gente capì che nulla più dei divieti stupidi e  umilianti spinge a fare ciò che viene vietato. E da allora in poi i sassi servirono solo per costruire case, l’ortica per cibi squisiti preparati a volta da mani maschili a volte da mani femminili e i rami secchi per farne falò.

ANNA O DEL RISCATTO

ANNA O DEL RISCATTO

Il giorno in cui Anna si sposò, fu un giorno felice. Quasi come quelli della vendemmia, lungo i filari rossi dell’uva, da bambina, quando il nonno la chiamava a raccogliere i chicchi caduti a terra e il sole dorato riempiva le nuvole.

La gente intorno che sorrideva, i cesti colmi di rose, tutti che facevano ala al suo passaggio come davanti a una regina. E soprattutto, lui. Lui di cui non sapeva niente, se non che era bello e forte, sapeva infilare con dolcezza gli anelli  al dito e aveva un figlio che stava su una sedia a rotelle e da lì guardava il mondo con occhi di cane braccato. Nemmeno la notte con le sue spine, riuscì a toglierle tutto il bene che il giorno le aveva dato; dalle bestemmie di lui, come dal suo pianto, continuava caparbia e leggera ad affiorarle al cuore un’ eco di musica.

Era stato difficile ma c’era riuscito, alla fine. E mentre finalmente si ritraeva da lei, quello strazio che l’aveva fatta gridare e aleggiava ancora intorno le pareva nient’altro che il prezzo di quel cerchio di luce sul suo dito e tra le nuvole. Gliel’aveva ben insegnato la mamma, quand’ era piccola, che le cose belle si pagano.

I  primi mesi lui rientrava a casa per cena e si arrabbiava solo quando non la trovava pronta oppure vedeva Dario. Diceva che quelli così hanno bisogno di dormire, la sera, perciò è bene che vadano a letto presto. Anna capiva che non potesse sopportare di vederselo attorno, con quella bocca e quegli occhi tagliati come i suoi ma sfigurati dalla malattia; le sembrava già talmente tanto, che un uomo solo si fosse tenuto in casa una disgrazia così.

Ma a volte Dario si rifiutava di mangiare prima dell’arrivo del padre, e di mandarlo a letto senza cena a lei non bastava l’anima. Così lui aveva preso l’abitudine di rientrare sempre più tardi, talvolta restava fuori tutta la notte o per giorni interi. E lei si addormentava quasi sempre su una sedia di cucina, a luce spenta perché una volta che, rientrando, lui aveva trovato accesa l’abat-jour, con un gesto impercettibile della mano ne aveva frantumato la lampadina.

  E una sera cominciò a portare a casa le ragazze. Quasi mai le stesse, perlomeno non di seguito. Prima della sua stessa età, e così timide che non osavano guardarla negli occhi; poi sempre più giovani e sfrontate. Mangiavano senza parlare e subito dopo si chiudevano nella stanza degli ospiti, una piccola camera tutta bianca dove non c’era niente, salvo un grande tappeto e un divano-letto a strisce bianche e blu.  A volte inventavano una scusa, altre volte no.

A lei che sparecchiava la tavola arrivava solo, aldilà dell’uscio, l’eco indistinta di risate e sommessi bisbigli.

Un  giorno la porta restò semichiusa e a un tratto si udì un grido violento; poi ne uscì la ragazza e subito dopo lui, che con le lacrime agli occhi le chiedeva scusa. Anna vide che le cingeva la vita con le mani, poi la prese in braccio come aveva fatto con lei la prima notte di nozze  e la riportò dentro la stanza adagiandola sul divano, con dolcezza, come si fa con le bambole di porcellana. Infine diede  un calcio leggero alla porta che si richiuse sui loro sguardi.

  Si era abituata, ormai, a quell’andirivieni di donne, a quello che facevano di là, a sorridere a chi veniva a prendersi ciò che avrebbe dovuto essere suo.  Sapeva che prima o poi sarebbe tornato a lei, fosse anche solo per affondare nel cuscino la testa nera e dormire, e questo le bastava; Aveva imparato a intuire il momento del silenzio e quello in cui le parole accompagnano il gesto; persino l’istante esatto in cui quel grido, in lei tanto chiuso e avaro, si sarebbe espanso intorno come schegge di un cristallo spezzato.

Si sentiva felice in quei momenti, perché chiudeva gli occhi e diventava dito della mano di lei, lacrima d’amore, goccia di sudore lungo il corpo stanco del suo uomo. Come quando da bambina giocava a fare la mamma di bambini che non sarebbero mai nati. Ma non gli aveva mai visto gli occhi lucidi di lacrime.

Un brivido gelato le percorse la schiena sino a penetrarle il cuore. Lo stesso che aveva accompagnato l’urlo di suo padre quando se n’era andato via sbattendo per l’ultima volta la porta. E la mano di quell’uomo che, mentre era vestita di bianco  come una sposa nel giorno della sua festa, l’aveva portata via dal suo mondo per  farla entrare in quello dei grandi.

  Salì le scale e dischiuse piano la porta di Luca, come per assicurarsi che fosse ancora lì. La stanza era buia, ma la luce che filtrava dalle tapparelle lasciava intravedere una sagoma scossa da brevi sussulti. Anna si avvicinò per sfiorarla con una mano, ma ancora non l’ aveva fatto che una morsa di   ferro  la buttò sul letto e subito sentì un corpo umido ricoprirla. Il bagliore di un lampo fece per un attimo emergere le cose dal velo d’ombra che le avvolgeva. Fu allora che vide sopra di sé la faccia di Dario, ancora più sfigurata dal pianto, che con l’ossessiva cadenza d’ una nenia lanciava brevi gridi di uccello ferito. E intanto cercava invano di muoverle addosso quel fascio inerte di membra senza vita.

Non potendo lottare contro il peso del suo corpo, Anna gli diede un morso su una guancia e lui sollevò appena il busto per guardarla; pareva non sentire neppure il dolore della ferita, ma i suoi occhi di cane braccato si erano allargati per lo stupore. Allora Anna si lasciò scivolare giù dal letto e fuggì.

Mentre attraversava il corridoio per raggiungere il bagno, le giunse l’eco d’ una risata di donna. Nel buio, aspettando il sonno che non veniva, rivide lo sguardo di Dario, poi le gambe lucide della ragazza; per un attimo ebbe l’impressione che la lama di un pugnale le trafiggesse il petto, poi pensò che sarebbe stato bello addormentarsi vicino a loro, con le mani grandi e forti del suo uomo sopra il ventre e quelle laccate di rosso di lei sul cuore. E nel calore di quell’immagine si addormentò.

  Una sera – non aveva smesso un attimo di piovere e Dario non aveva ancora voluto farsi mettere a letto – capitò loro davanti all’ improvviso, dopo tre giorni che non si faceva vedere; subito dopo entrò lei, coi tacchi alti e  la coda di cavallo sparsa sull’impermeabile. Anna abbassò gli occhi sulle

pantofole bianche, per non pensare al grembiule stinto e ai capelli non lavati da una settimana.

Le dissero che dovevano ancora mangiare e lei servì quel poco che era rimasto. Ingoiarono tutto in fretta, senza dire una parola, poi si chiusero nella camera da letto; non nella stanza degli ospiti come sempre ma nella loro camera, quella dove lui l’aveva portata in braccio come una principessa il giorno delle loro nozze, e non li vide più. Restò sola, come sempre, davanti al sorriso idiota di Dario invischiato tra i denti gialli.

   D’ un tratto allora gridò. Ma un grido così profondo da raccogliere tutti quelli che sino ad allora le erano rimasti morti dentro. Come un’ esplosione di lapilli che dalle viscere saliva al cuore per eruttare dalla gola. Poco dopo apparve lui, coi peli del petto lucidi di sudore, e fece scorrere da lei al figlio gli occhi arrossati. Non disse niente, ma portò Dario di sopra e chiuse la porta sullo sguardo della ragazza affacciatasi a curiosare . Nemmeno dopo disse niente, né si rivestì; buttò solo Anna a terra, con una spinta leggera, e le andò sopra. Alla fine tornò dall’amante e si chiuse la porta dietro.

  Il mattino dopo dormivano ancora quando lei si svegliò. Senza un lembo di pelle che non le facesse male, ma viva. Come tutti i giorni, solo molto più lentamente, si alzò e prese un caffè. Poi andò a prendere Dario. Lo trovò con gli occhi spalancati verso il soffitto e appena la vide riprese ad emettere quei suoi gridi da uccello ferito. – Capissi almeno cosa vuoi dirmi – pensò Anna, – che ti senti solo , forse. Anch’io sono sola, completamente  sola.

  E senza sapere perché gli sfiorò con un bacio la bocca. Per un istante ebbe l’impressione che quelle labbra deformi si allargassero in un sorriso e il vuoto degli occhi si aprisse ad un barbaglio di luce. Le parve persino bello, per un attimo. Gli sfiorò il viso, poi il collo e il resto, col palmo delle mani aperte;  e lui gliele prese piano, posandosele una sul viso l’altra sul ventre. Fu allora, che l’ignoto si aprì. Più dolce della spuma che inonda le rive e più del sole che dà colore al mondo.

Occhi che si parlano gesti che s’incontrano. Mani leggere posate dentro il cuore. Come quegli acquerelli dalla cornice d’oro che faceva il nonno a  Natale; li posava da una parte e ci restavano, riempiendola del loro calore. E quella volta che uno le era sfuggito di mano, non aveva, cadendo, fatto più rumore d’ un passo sulla neve. Quando quell’onda bruciante e viva rapì entrambi sino alle viscere non se ne stupì. Le parve naturale, come lo scorrere delle acque nelle profondità degli oceani. Per lungo tempo continuò a scorrere da lei a lui e da lui a lei, lucente scia di un dolore così condiviso da farsa gioia perfetta.

Ne sentiva ancora l’eco quando, alzandosi, allontanò piano la testa dall’incavo del braccio di Dario, per chiudere la porta sulla bocca aperta di suo marito e il suo sguardo di cane ferito invaso di meraviglia.

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