Categoria: SCRITTI IN LIBERTA’

VANIA RACCONTO DI ALICE C. DELACOURT

Che fatica, la vita. puzzle incompiuto i cui pezzi a intarsio non s’intarsiano mai. Anni senza ricordi, da quanto, ormai, ha smesso di festeggiarne l’arrivo? Gocce di neve che toccano la terra senza mai arrivare a scalfirla, e come sono venute vanno, lasciandosi dietro solo chiazze gelate che il vento si porta via.

 Non un solo giorno degno di memoria, quella che la gente chiude negli album di famiglia, per nasconderla al tempo. Lei non sopporta le foto, non le ha mai sopportate. Come voler fermare il tempo, o imprigionare la vita nel cerchio di un attimo che non tornerà più. Penoso e inutile.

Istanti….ore, forse, quasi vicini alla felicità. Ma così pochi che a contarli tutti basterebbero le dita di una mano. E il resto? Solo lavoro, fatica… paura e attesa di qualcosa che potrebbe anche  essere ma  non sarà mai. E intanto la vita passa. Breve linea inafferrabile all’ombra di un cono di luce. Senza memoria né futuro, semplicemente inconsapevole.

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VOCI, PROFUMI E COLORI DELLA MIA CITTA’ – RACCONTO E ILLUSTRAZIONI DI AURORA NATALE


IL GOLFO DELLA SPEZIA, ACQUERELLO E PENNINO TECNICO, 1994

Questa distesa di palazzi, disposti a mezzaluna intorno al mare, mi sorprende con i suoi profumi e i suoi colori in ogni angolo … E quando meno me lo aspetto certe voci della natura le posso ascoltare anche qui, tra l’asfalto e il cemento …

Chi lo ha detto che le città emanano soltanto vapori tossici e puzza di smog? E che sono tutte grigie? E che per le strade si ascolta soltanto il rombo di mille motori impazziti?

Nella mia piccola città certe mattine di primavera, quando i campanili rintoccano le prime ore, i giardinieri falciano i tappeti verdi delle aiuole: allora è piacevole uscire presto, per respirare l’odore fresco dell’erba tagliata, insieme al profumo persistente di quei piccoli fiori color panna che esplodono dalle siepi di pittosforo lungo il porticato di via Chiodo.

Ecco la  primavera inaspettata, in pieno centro. Le strade si riempiono di fragranze inebrianti: magnolie, gelsomini, rose…; dai giardini pubblici si sprigionano aspri, dolci o agrumati quei profumi che trasportano la mia mente lontana da questo luogo di appuntamenti, di fretta, di denaro, di affari, di impegni, di stress! E posso tornare con la memoria ai luoghi e ai momenti di un tempo più felice.

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MARIANNA O DELLA MAGIA RACCONTO DI ALICE C. DELACOURT

Marianna guarda il reticolo nero che le scorre davanti, l’immensa pianura velata appena da un sole opaco. Tra qualche ora rivedrà Sandro, sua madre, gli altri. Annusa il cielo, strana pioggia gialla che si posa sul cuore, fuliggine che dall’aria intorno scivola nell’anima, come un dolore che affiora piano dall’intimità delle cose.

E la  mente corre attraverso i binari neri e i campi di terra bruciata, s’inerpica lungo sentieri di montagna per ridiscendere tra colline brulle colorate d’ autunno. La casa, il ritorno, la fuga del treno oltre la cortina di nebbia. L’odore acre d’incendi appena spenti, Sandro che le fa regali per il compleanno e l’onomastico, Vergemoli dal cuore di pietra e il ventre nero. Marta, Renata, Sonia e i loro mariti quarantenni vecchi dagli occhi spenti.

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IL BUS AZZURRO

BINARIO-PENTAGRAMMA

È un ricordo lontano, carico di nostalgia e riconoscenza, quello che mi lega al bus diretto dal colore azzurro un po’ sbiadito, della linea extraurbana La Spezia – Carrara. Enrica con dei crackers in mano ed io con una mela in borsa, determinate nella scelta comune di quella scuola lontana, ci incontravamo in piazza Chiodo, al capolinea, verso le sette, e salivamo sul “nostro” bus: vecchiotto, ma solido e rassicurante, per più di un’ora diventava la nostra casa; così, per tutto il viaggio, approfittando del vantaggio di arrivare per prime, ce ne stavamo sedute comode ai primi posti, accanto all’autista, un giorno l’una, un giorno l’altra vicino al finestrino, come in solotto, sul divano, davanti alla tivù. La  strada si snodava lenta, con tante fermate, una curva dopo l’altra; le prime volte ce ne stavamo assonnate e timorose, in silenzio, guardando fuori, col pensiero al calore delle nostre case, dalle grandi finestre affacciate sul monumento a Garibaldi, con le stanze profumate di latte e caffè, che lasciavamo così presto e a malincuore la mattina, per raggiungere una città  sconosciuta …

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SA REINA racconto di MARIA PALMIERI

L’estate è stagione di partenze, di ritorni, di viaggi, di incontri. Sotto un albero di ulivo ho avuto l’occasione di intrecciare visi e storie.

  Passeggio per un uliveto centenario, a Villamassargia, in Sardegna, un piccolo borgo con una piazza da Cent’anni di solitudine. Cerco una pianta in particolare, un ulivo grandissimo e antichissimo, sa reina, la regina.  Un gruppo di operai a lavoro per ripulire il terreno dalle erbacce mi indica la direzione e mi avvio. Gli ulivi esercitano un fascino strano su di me: sono gli alberi dell’infanzia, quelli del paesaggio che sento dentro e  che ha dato l’imprinting al mio sguardo sulla natura. Mi fanno sentire a casa. Raggiungo sa reina: è un albero maestoso, un perimetro di 16 metri, dice la mia guida; ha una chioma imponente, mi incute una sorta di reverenziale timore ( espressione che sa di antico, ma come risuona bene nella mia mente: è sano sentirsi intimoriti dalla grandezza che emana da quei rami). Mi siedo, penso che intorno a quel tronco e sotto a quei rami sono passate mille storie, mille volti. Come nel gioco delle libere associazioni di idee,  anche nella mia mente appaiono storie e volti e luoghi; prima in una sorta di giostra veloce, poi qualcuno si ferma, i contorni si fanno nitidi, l’ambiente si definisce.

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ALLE CINQUE TERRE IN TRENO, RACCONTO DI AURORA NATALE


Sole acceso a Manarola”, tecnica mista su carta, cm. 21 x 10, 1994

    Dalla prima all’ultima di queste mie stupende Cinque Terre, si va in ferrovia attraverso un emozionante percorso di imprevedibili opposti. La linea che collega tra loro le cinque perle del mio golfo è la più strana e incredibile che  possa immaginare chi è abituato a tante altre ferrovie: così normali e simili tra loro, a volte noiose, monotone e quasi tutte grigie. Un’altalena di sensazioni contrastanti e di impressioni colorate accoglie invece, specialmente in estate, i turisti che vi si avventurano per visitare il “ Golfo dei poeti ” o chi percorre di passaggio questo stupefacente pezzetto di Liguria. E la memoria dell’infanzia mi riporta alla mente, avventuroso e nitido, quel breve viaggio, come fosse ora …

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GIADA DEL MARE

La vita che prende piano forma attraverso le pagine...

Giada delle nuvole, Giada in autunno vestita coi colori della primavera. Giada che ama più i libri degli uomini, dicono i colleghi  ridendo. E non sanno che gli uomini dei libri non umiliano mai, non  insultano non comandano non gridano. La vita che prende piano forma attraverso le pagine, il suo incedere leggero sotto  gli occhi e le dita. E, d’improvviso, l’anima finestra aperta sul mondo. Quanti voli attraverso i cieli di primavera, malgrado il gelo dell’inverno … radiosi e strani, vite solitarie che a un tratto s’incontrano per riempire di sé l’una il tempo dell’altra.

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LA GUERRA DEI TRE ANNI E TRE GIORNI

In un tempo lontano, ma così lontano che nessuno se lo ricorda più, sulle pendici di una collina, al centro del regno di Va-Su-Là, c’era un paesino chiamato Pepparegna.    L’unico lavoro consentito alle donne del villaggio era occuparsi della casa e dei figli, a meno che non si trattasse di singole, cioè di creature così straordinariamente belle o spaventosamente brutte, incredibilmente fessacchiotte o eccezionalmente intelligenti, da avere raggiunto la maggiore età  senza trovare uno straccio di marito. Ma non trovare marito era in quei tempi una vera disgrazia. Le singole infatti potevano uscire solo per lavorare o fare la spesa e anche in tali occasioni, se venivano sorprese a parlare con qualche sposato – uomo o donna che fosse – venivano multate per intralcio alla tranquillità familiare e dipinte con una pittura multicolor in segno di disprezzo. Per tale ragione erano state soprannominate “zitte”; solo che nella pronuncia pepparegnese, poco incline a far sentire le doppie, la predetta parola si trasformava immancabilmente in “zite”, da cui è poi derivato il famoso nomignolo “zitella”.

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ANNA O DEL RISCATTO

ANNA O DEL RISCATTO

Il giorno in cui Anna si sposò, fu un giorno felice. Quasi come quelli della vendemmia, lungo i filari rossi dell’uva, da bambina, quando il nonno la chiamava a raccogliere i chicchi caduti a terra e il sole dorato riempiva le nuvole.

La gente intorno che sorrideva, i cesti colmi di rose, tutti che facevano ala al suo passaggio come davanti a una regina. E soprattutto, lui. Lui di cui non sapeva niente, se non che era bello e forte, sapeva infilare con dolcezza gli anelli  al dito e aveva un figlio che stava su una sedia a rotelle e da lì guardava il mondo con occhi di cane braccato. Nemmeno la notte con le sue spine, riuscì a toglierle tutto il bene che il giorno le aveva dato; dalle bestemmie di lui, come dal suo pianto, continuava caparbia e leggera ad affiorarle al cuore un’ eco di musica.

Era stato difficile ma c’era riuscito, alla fine. E mentre finalmente si ritraeva da lei, quello strazio che l’aveva fatta gridare e aleggiava ancora intorno le pareva nient’altro che il prezzo di quel cerchio di luce sul suo dito e tra le nuvole. Gliel’aveva ben insegnato la mamma, quand’ era piccola, che le cose belle si pagano.

I  primi mesi lui rientrava a casa per cena e si arrabbiava solo quando non la trovava pronta oppure vedeva Dario. Diceva che quelli così hanno bisogno di dormire, la sera, perciò è bene che vadano a letto presto. Anna capiva che non potesse sopportare di vederselo attorno, con quella bocca e quegli occhi tagliati come i suoi ma sfigurati dalla malattia; le sembrava già talmente tanto, che un uomo solo si fosse tenuto in casa una disgrazia così.

Ma a volte Dario si rifiutava di mangiare prima dell’arrivo del padre, e di mandarlo a letto senza cena a lei non bastava l’anima. Così lui aveva preso l’abitudine di rientrare sempre più tardi, talvolta restava fuori tutta la notte o per giorni interi. E lei si addormentava quasi sempre su una sedia di cucina, a luce spenta perché una volta che, rientrando, lui aveva trovato accesa l’abat-jour, con un gesto impercettibile della mano ne aveva frantumato la lampadina.

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