Categoria: Per adulti

GIADA DEL MARE

Giada delle nuvole, Giada in autunno vestita coi colori della primavera. Giada che ama più i libri degli uomini, dicono i colleghi  ridendo. E non sanno che gli uomini dei libri non umiliano mai, non  insultano non comandano non gridano. La vita che prende piano forma attraverso le pagine, il suo incedere leggero sotto  gli occhi e le dita. E, d’improvviso, l’anima finestra aperta sul mondo. Quanti voli attraverso i cieli di primavera, malgrado il gelo dell’inverno … radiosi e strani, vite solitarie che a un tratto s’incontrano per riempire di sé l’una il tempo dell’altra.

L’ANIMA FINESTRA SUL MONDO

Come quando, da piccola, giocava a intrecciare le sue dita con altre dita, e il palmo che ne nasceva sapeva accogliere un mondo fuggevole e immenso.

Leggere, conoscere, imparare … E un domani saper trasmettere agli altri ciò che si è imparato, per dare loro almeno un po’ di sé e sentirsene insieme più compiute e più vive. Anche se la sua vita è così scontrosa che mai nessuno la cerca. Trama d’oro lungo il gomitolo dei giorni, che sconfigge la paura e riconcilia col mondo.

IL TEMPO E’ INCLEMENTE. CHI NON E’ NATO LUPO DEVE FARE L’AGNELLO

– Mi spiace dirglielo signorina, ma lei non è per nulla adatta a questo tipo di studi. Anzi, se mi consente di essere del tutto franco, non mi pare proprio adatta allo studio in sé. Si dedichi ad altro, mi dia retta …

   Il tempo è inclemente, il tempo non perdona, chi non è nato lupo deve fare l’agnello, è il destino, e chi è nato ignorante  deve continuare a fare lavori da ignorante, altro che studiare! E lei che era stata così stupida da pensare di farcela… E’ troppo giovane per avere imparato come va il mondo, ma imparerà. Imparano tutti prima o poi.

LA SERA NON C’E’ TEMPO PER PENSARE

Cameriera di giorno e lava-scale di sera, dieci ore di corse da un tavolo all’altro e scale senza fine da strofinare; poi papà da accudire, pasti da cucinare pavimenti da pulire, parole dette piano, per farsi compagnia. La sera non c’è tempo per pensare né forza, i libri cadono ai piedi del letto mentre vagoni di graffiti neri le passano davanti senza fermarsi. E ogni giorno si risveglia in un lago vischioso, ore prima del richiamo di papà e del suono della sveglia, ma con la mente ancora troppo annebbiata per  riuscire a pensare. Sino a quel grido improvviso. La faccia raggrinzita, il dolore affondato nella carne , quel canarino spaventato che le resta in eredità insieme all’odore della morte.

ANCORA IL CUORE IN SPRAZZI D’ARIA

 Poi, finalmente ancora il cuore in sprazzi d’aria, quelle frasi segnate da mille matite, che hanno accompagnato tante ore dei giorni…  Ma il tempo è inclemente, il tempo assopisce tutto. Forse sono gli anni, forse quegli stracci bianchi e grigi che a furia di riempirsi di nero le hanno annerito anche la mente, o gli ordini dei tavoli che a furia di ronzarle in testa le sono entrati sin dentro l’anima. Ma non importa. Deve farcela, a qualunque costo. Malgrado la fatica, malgrado il sonno, malgrado tutto.    Prima che sia troppo tardi, prima che il tempo si porti via anche ciò che le resta… Persino i colori. Persino l’attesa di quello che verrà.

 –  Accetti un consiglio da un vecchio professore signorina. Non insista a perdere tempo in attività verso le quali non ha alcuna predisposizione. Oggi volete tutti studiare ma con la disoccupazione intellettuale che c’è  il nostro paese ha molto più bisogno di gente che sappia fare bene un mestiere. – Una frase come tante. Succede.  In fondo se un giorno tutta la gente si svegliasse volendo cambiare lavoro non ci sarebbe più ordine nel mondo, né armonia.  Sono importanti l’ordine e l’armonia, perché dove non ci sono loro c’è il caos.

AI VECCHI, LA MORTE. AI GIOVANI, LA VITA

“Ai vecchi, la morte. Ai giovani, la vita.” Rami secchi di un albero, inutili, inconsistenti, stupide frasi. “Ai vecchi, la morte. Ai giovani, l’amore”. Cerchi vuoti fatti di sputi d’aria, nient’altro. Per gente che passa il suo tempo a guardare il cielo rigirandosi le dita. E’ una che lavora lei, e la mattina deve alzarsi presto.

L’aula bianca coi poster colorati.  Il mappamondo posato in una angolo. Bastava farlo girare piano, poi chiudere gli occhi e riaprirli, per arrivare là dove si era fermato. Quanti viaggi lungo le strade del mondo …. E che colori, che luci! Che importava se non c’erano soldi né per le navi e gli aerei né per i treni. Se i suoi compagni avevano i genitori ad aspettarli all’uscita da scuola e ai loro compleanni non la invitavano mai. Che importava la mamma inghiottita dal buio in una sera di pioggia, papà vecchio e malato capace solo di offendere e di farsi servire.  C’era il profumo degli alberi in fiore, lungo la strada che portava a scuola. L’odore della terra bagnata sotto le piogge di primavera. E ogni volta in cui puntava  il dito sul mappamondo, gente che l’aspettava sorridendo in qualche luogo lontano. Soprattutto,  c’era l’incanto … d’ una zucca vuota più di quelle di Halloween che poco a poco si riempie di meraviglia, di una tela misteriosa e dolce di parole capace di svelare mondi mai neppure immaginati.

CAMMINARE TRA I BANCHI PORTANDOSI DIETRO QUELL’ODORE LEGGERO

E la prof di lettere che entrava in aula senza fare rumore, con quegli abiti che portavano l’estate nel cuore dell’inverno. Così bella che veniva voglia di toccarla, per capire se era vera. Tutta la classe  per un attimo smetteva di parlare e le sorrideva. Alcuni si alzavano in piedi per salutarla, altri no, ma lei non si arrabbiava  mai e sorrideva a tutti. Anche a lei. 

Che voglia di prenderle la mano e strofinarsela sul cuore, allora; e poi sul viso e sugli occhi. E tenercela finché il male chiuso dentro fosse sparito come sabbia all’arrivo del vento di primavera. Diventare come lei. Sapere e, ciò che si sa, condividerlo con gli altri. Camminare tra i banchi portandosi dietro quell’odore leggero….Ai vecchi, la morte. Ai giovani, la vita. Parole d’aria che l’aria chiude e si porta via.

IL TEMPO COME UN CORVO, ABBARBICATO SULLE RIVE DELL’ANIMA

E ancora solo clienti da accontentare, scale da lucidare pavimenti da pulire, conti da pagare che non tornano mai. Il tempo come un corvo, abbarbicato sulle rive dell’anima. Che ogni ora solleva un po’ di più le sue ali per avvicinare la fine dei giorni. 

Giada del mare cogli occhi alla finestra e il cuore di nebbia. Specchio nero avviluppato dalle onde, che s’inseguono e si frantumano per rinascere ancora. Senza principio né fine. Senza più rimpianti né attesa. Senza che l’ultima conservi traccia di quelle venute prima di lei.

Un giorno dopo l’altro, un attimo dopo l’altro. Finché il silenzio e il buio non spegneranno anche l’ultimo barlume di luce

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ANNA O DEL RISCATTO

ANNA O DEL RISCATTO

Il giorno in cui Anna si sposò, fu un giorno felice. Quasi come quelli della vendemmia, lungo i filari rossi dell’uva, da bambina, quando il nonno la chiamava a raccogliere i chicchi caduti a terra e il sole dorato riempiva le nuvole.

La gente intorno che sorrideva, i cesti colmi di rose, tutti che facevano ala al suo passaggio come davanti a una regina. E soprattutto, lui. Lui di cui non sapeva niente, se non che era bello e forte, sapeva infilare con dolcezza gli anelli  al dito e aveva un figlio che stava su una sedia a rotelle e da lì guardava il mondo con occhi di cane braccato. Nemmeno la notte con le sue spine, riuscì a toglierle tutto il bene che il giorno le aveva dato; dalle bestemmie di lui, come dal suo pianto, continuava caparbia e leggera ad affiorarle al cuore un’ eco di musica.

Era stato difficile ma c’era riuscito, alla fine. E mentre finalmente si ritraeva da lei, quello strazio che l’aveva fatta gridare e aleggiava ancora intorno le pareva nient’altro che il prezzo di quel cerchio di luce sul suo dito e tra le nuvole. Gliel’aveva ben insegnato la mamma, quand’ era piccola, che le cose belle si pagano.

I  primi mesi lui rientrava a casa per cena e si arrabbiava solo quando non la trovava pronta oppure vedeva Dario. Diceva che quelli così hanno bisogno di dormire, la sera, perciò è bene che vadano a letto presto. Anna capiva che non potesse sopportare di vederselo attorno, con quella bocca e quegli occhi tagliati come i suoi ma sfigurati dalla malattia; le sembrava già talmente tanto, che un uomo solo si fosse tenuto in casa una disgrazia così.

Ma a volte Dario si rifiutava di mangiare prima dell’arrivo del padre, e di mandarlo a letto senza cena a lei non bastava l’anima. Così lui aveva preso l’abitudine di rientrare sempre più tardi, talvolta restava fuori tutta la notte o per giorni interi. E lei si addormentava quasi sempre su una sedia di cucina, a luce spenta perché una volta che, rientrando, lui aveva trovato accesa l’abat-jour, con un gesto impercettibile della mano ne aveva frantumato la lampadina.

  E una sera cominciò a portare a casa le ragazze. Quasi mai le stesse, perlomeno non di seguito. Prima della sua stessa età, e così timide che non osavano guardarla negli occhi; poi sempre più giovani e sfrontate. Mangiavano senza parlare e subito dopo si chiudevano nella stanza degli ospiti, una piccola camera tutta bianca dove non c’era niente, salvo un grande tappeto e un divano-letto a strisce bianche e blu.  A volte inventavano una scusa, altre volte no.

A lei che sparecchiava la tavola arrivava solo, aldilà dell’uscio, l’eco indistinta di risate e sommessi bisbigli.

Un  giorno la porta restò semichiusa e a un tratto si udì un grido violento; poi ne uscì la ragazza e subito dopo lui, che con le lacrime agli occhi le chiedeva scusa. Anna vide che le cingeva la vita con le mani, poi la prese in braccio come aveva fatto con lei la prima notte di nozze  e la riportò dentro la stanza adagiandola sul divano, con dolcezza, come si fa con le bambole di porcellana. Infine diede  un calcio leggero alla porta che si richiuse sui loro sguardi.

  Si era abituata, ormai, a quell’andirivieni di donne, a quello che facevano di là, a sorridere a chi veniva a prendersi ciò che avrebbe dovuto essere suo.  Sapeva che prima o poi sarebbe tornato a lei, fosse anche solo per affondare nel cuscino la testa nera e dormire, e questo le bastava; Aveva imparato a intuire il momento del silenzio e quello in cui le parole accompagnano il gesto; persino l’istante esatto in cui quel grido, in lei tanto chiuso e avaro, si sarebbe espanso intorno come schegge di un cristallo spezzato.

Si sentiva felice in quei momenti, perché chiudeva gli occhi e diventava dito della mano di lei, lacrima d’amore, goccia di sudore lungo il corpo stanco del suo uomo. Come quando da bambina giocava a fare la mamma di bambini che non sarebbero mai nati. Ma non gli aveva mai visto gli occhi lucidi di lacrime.

Un brivido gelato le percorse la schiena sino a penetrarle il cuore. Lo stesso che aveva accompagnato l’urlo di suo padre quando se n’era andato via sbattendo per l’ultima volta la porta. E la mano di quell’uomo che, mentre era vestita di bianco  come una sposa nel giorno della sua festa, l’aveva portata via dal suo mondo per  farla entrare in quello dei grandi.

  Salì le scale e dischiuse piano la porta di Luca, come per assicurarsi che fosse ancora lì. La stanza era buia, ma la luce che filtrava dalle tapparelle lasciava intravedere una sagoma scossa da brevi sussulti. Anna si avvicinò per sfiorarla con una mano, ma ancora non l’ aveva fatto che una morsa di   ferro  la buttò sul letto e subito sentì un corpo umido ricoprirla. Il bagliore di un lampo fece per un attimo emergere le cose dal velo d’ombra che le avvolgeva. Fu allora che vide sopra di sé la faccia di Dario, ancora più sfigurata dal pianto, che con l’ossessiva cadenza d’ una nenia lanciava brevi gridi di uccello ferito. E intanto cercava invano di muoverle addosso quel fascio inerte di membra senza vita.

Non potendo lottare contro il peso del suo corpo, Anna gli diede un morso su una guancia e lui sollevò appena il busto per guardarla; pareva non sentire neppure il dolore della ferita, ma i suoi occhi di cane braccato si erano allargati per lo stupore. Allora Anna si lasciò scivolare giù dal letto e fuggì.

Mentre attraversava il corridoio per raggiungere il bagno, le giunse l’eco d’ una risata di donna. Nel buio, aspettando il sonno che non veniva, rivide lo sguardo di Dario, poi le gambe lucide della ragazza; per un attimo ebbe l’impressione che la lama di un pugnale le trafiggesse il petto, poi pensò che sarebbe stato bello addormentarsi vicino a loro, con le mani grandi e forti del suo uomo sopra il ventre e quelle laccate di rosso di lei sul cuore. E nel calore di quell’immagine si addormentò.

  Una sera – non aveva smesso un attimo di piovere e Dario non aveva ancora voluto farsi mettere a letto – capitò loro davanti all’ improvviso, dopo tre giorni che non si faceva vedere; subito dopo entrò lei, coi tacchi alti e  la coda di cavallo sparsa sull’impermeabile. Anna abbassò gli occhi sulle

pantofole bianche, per non pensare al grembiule stinto e ai capelli non lavati da una settimana.

Le dissero che dovevano ancora mangiare e lei servì quel poco che era rimasto. Ingoiarono tutto in fretta, senza dire una parola, poi si chiusero nella camera da letto; non nella stanza degli ospiti come sempre ma nella loro camera, quella dove lui l’aveva portata in braccio come una principessa il giorno delle loro nozze, e non li vide più. Restò sola, come sempre, davanti al sorriso idiota di Dario invischiato tra i denti gialli.

   D’ un tratto allora gridò. Ma un grido così profondo da raccogliere tutti quelli che sino ad allora le erano rimasti morti dentro. Come un’ esplosione di lapilli che dalle viscere saliva al cuore per eruttare dalla gola. Poco dopo apparve lui, coi peli del petto lucidi di sudore, e fece scorrere da lei al figlio gli occhi arrossati. Non disse niente, ma portò Dario di sopra e chiuse la porta sullo sguardo della ragazza affacciatasi a curiosare . Nemmeno dopo disse niente, né si rivestì; buttò solo Anna a terra, con una spinta leggera, e le andò sopra. Alla fine tornò dall’amante e si chiuse la porta dietro.

  Il mattino dopo dormivano ancora quando lei si svegliò. Senza un lembo di pelle che non le facesse male, ma viva. Come tutti i giorni, solo molto più lentamente, si alzò e prese un caffè. Poi andò a prendere Dario. Lo trovò con gli occhi spalancati verso il soffitto e appena la vide riprese ad emettere quei suoi gridi da uccello ferito. – Capissi almeno cosa vuoi dirmi – pensò Anna, – che ti senti solo , forse. Anch’io sono sola, completamente  sola.

  E senza sapere perché gli sfiorò con un bacio la bocca. Per un istante ebbe l’impressione che quelle labbra deformi si allargassero in un sorriso e il vuoto degli occhi si aprisse ad un barbaglio di luce. Le parve persino bello, per un attimo. Gli sfiorò il viso, poi il collo e il resto, col palmo delle mani aperte;  e lui gliele prese piano, posandosele una sul viso l’altra sul ventre. Fu allora, che l’ignoto si aprì. Più dolce della spuma che inonda le rive e più del sole che dà colore al mondo.

Occhi che si parlano gesti che s’incontrano. Mani leggere posate dentro il cuore. Come quegli acquerelli dalla cornice d’oro che faceva il nonno a  Natale; li posava da una parte e ci restavano, riempiendola del loro calore. E quella volta che uno le era sfuggito di mano, non aveva, cadendo, fatto più rumore d’ un passo sulla neve. Quando quell’onda bruciante e viva rapì entrambi sino alle viscere non se ne stupì. Le parve naturale, come lo scorrere delle acque nelle profondità degli oceani. Per lungo tempo continuò a scorrere da lei a lui e da lui a lei, lucente scia di un dolore così condiviso da farsa gioia perfetta.

Ne sentiva ancora l’eco quando, alzandosi, allontanò piano la testa dall’incavo del braccio di Dario, per chiudere la porta sulla bocca aperta di suo marito e il suo sguardo di cane ferito invaso di meraviglia.

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