ORE D’AMORE DI ROSARIO LISMA AL FILODRAMMATICI

Ore d’amore – in scena al Filodrammatici dal 28 maggio al 2 giugno, drammaturgia Rosario Lisma, regia e interpretazione Nicola Stravalaci e Debora Zuin, produzione Animanera, gruppo milanese dedito a un intenso percorso di ricerca artistica – analizza la disgregazione di una coppia ordinaria straordinariamente scoppiata, tra confessioni estorte per sfinimento e accuse reciproche, cinismo e orgoglio ferito. Ironica e intelligente, a tratti esilarante a tratti profondamente malinconica, la pièce è un intenso viaggio alle radici di una ferita aperta: quella di una comunione spirituale e affettiva che forse c’è stata ma di cui ormai restano solo sparsi frammenti formato flash.

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“LA VIOLENZA DI GENERE HA I GIORNI CONTATI”: LA KERMESSE SULLA LIBERTA’ FEMMINILE ORGANIZZATA DALLA CASA DI ACCOGLIENZA DELLE DONNE MALTRATTATE di MILANO


Giovedì 23 maggio si è chiusa la kermesse di tre giorni organizzata a Milano dal CADMI, la Casa di accoglienza delle donne maltrattate, nella bella cornice del Base di via Bergognone (tra ragazzi che leggono studiano e chiacchierano, libri ed esposizioni artistiche varie, quale insieme potrebbe mettere più allegria?),dal titolo “La violenza di genere ha i giorni contati”, e dal sottotitolo, ancora più significativo: “potremmo parlare di vittime Ma parliamo di donne”. Dunque non un approccio vittimista e autoreferenziale ma costruttivo, ottimista e aperto alla rete sociale, con sguardi sulla libertà come antidoto alla violenza ogni giorno diversi: libertà economica, nella comunicazione e infine come metodo. Io ho potuto assistere solo ad alcuni dei tanti interessantissimi incontri previsti dal ricco calendario, (per una più esaustiva riflessione sui quali rimando all’articolo di Cultweek a firma di Roberta Virduzzo) ma quei pochi mi hanno ripagata ampiamente del viaggio affrontato per raggiungere Base.

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LE REGOLE DEL TÈ E DELL’AMORE DI ROBERTA MARASCO: UNA DONNA IN CERCA DI SÉ, GUIDATA DAL TÈ E DALL’AMORE

Le regole del tè e dell’amore, pubblicato da Tre60, è il primo romanzo scritto senza pseudonimo da Roberta Marasco, scrittrice (il suo ultimo romanzo è Lezioni di disegno) ma anche traduttrice nonché ideatrice di un interessante quanto originale blog, rosapercaso-il blog femminista che parla d’amore, di cui lei stessa in un’intervista ha detto:

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“TEMPO CURVO A KREMS” DI CLAUDIO MAGRIS: UNO STRAORDINARIO PUZZLE DI RIFLESSIONI SUL CONCETTO DI TEMPO


Tempo curvo e Krems”, recentemente pubblicato da Garzanti, è l’ultimo libro di Claudio Magris, reduce dai festeggiamenti dei suoi straordinariamente briosi e “giovani” ottant’anni. Si tratta di una raccolta di racconti in cui piccoli avvenimenti della vita dei protagonisti offrono all’autore l’occasione di riflettere intorno al concetto di tempo, con l’acume, la profondità filosofica e il poetico nitore che contraddistinguono la sua scrittura. Un tempo che ciascuno ha il proprio modo di vivere e di adeguare a se stesso, compatibilmente coi limiti che la vita gli impone.

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GIADA DEL MARE

Giada delle nuvole, Giada in autunno vestita coi colori della primavera. Giada che ama più i libri degli uomini, dicono i colleghi  ridendo. E non sanno che gli uomini dei libri non umiliano mai, non  insultano non comandano non gridano. La vita che prende piano forma attraverso le pagine, il suo incedere leggero sotto  gli occhi e le dita. E, d’improvviso, l’anima finestra aperta sul mondo. Quanti voli attraverso i cieli di primavera, malgrado il gelo dell’inverno … radiosi e strani, vite solitarie che a un tratto s’incontrano per riempire di sé l’una il tempo dell’altra.

L’ANIMA FINESTRA SUL MONDO

Come quando, da piccola, giocava a intrecciare le sue dita con altre dita, e il palmo che ne nasceva sapeva accogliere un mondo fuggevole e immenso.

Leggere, conoscere, imparare … E un domani saper trasmettere agli altri ciò che si è imparato, per dare loro almeno un po’ di sé e sentirsene insieme più compiute e più vive. Anche se la sua vita è così scontrosa che mai nessuno la cerca. Trama d’oro lungo il gomitolo dei giorni, che sconfigge la paura e riconcilia col mondo.

IL TEMPO E’ INCLEMENTE. CHI NON E’ NATO LUPO DEVE FARE L’AGNELLO

– Mi spiace dirglielo signorina, ma lei non è per nulla adatta a questo tipo di studi. Anzi, se mi consente di essere del tutto franco, non mi pare proprio adatta allo studio in sé. Si dedichi ad altro, mi dia retta …

   Il tempo è inclemente, il tempo non perdona, chi non è nato lupo deve fare l’agnello, è il destino, e chi è nato ignorante  deve continuare a fare lavori da ignorante, altro che studiare! E lei che era stata così stupida da pensare di farcela… E’ troppo giovane per avere imparato come va il mondo, ma imparerà. Imparano tutti prima o poi.

LA SERA NON C’E’ TEMPO PER PENSARE

Cameriera di giorno e lava-scale di sera, dieci ore di corse da un tavolo all’altro e scale senza fine da strofinare; poi papà da accudire, pasti da cucinare pavimenti da pulire, parole dette piano, per farsi compagnia. La sera non c’è tempo per pensare né forza, i libri cadono ai piedi del letto mentre vagoni di graffiti neri le passano davanti senza fermarsi. E ogni giorno si risveglia in un lago vischioso, ore prima del richiamo di papà e del suono della sveglia, ma con la mente ancora troppo annebbiata per  riuscire a pensare. Sino a quel grido improvviso. La faccia raggrinzita, il dolore affondato nella carne , quel canarino spaventato che le resta in eredità insieme all’odore della morte.

ANCORA IL CUORE IN SPRAZZI D’ARIA

 Poi, finalmente ancora il cuore in sprazzi d’aria, quelle frasi segnate da mille matite, che hanno accompagnato tante ore dei giorni…  Ma il tempo è inclemente, il tempo assopisce tutto. Forse sono gli anni, forse quegli stracci bianchi e grigi che a furia di riempirsi di nero le hanno annerito anche la mente, o gli ordini dei tavoli che a furia di ronzarle in testa le sono entrati sin dentro l’anima. Ma non importa. Deve farcela, a qualunque costo. Malgrado la fatica, malgrado il sonno, malgrado tutto.    Prima che sia troppo tardi, prima che il tempo si porti via anche ciò che le resta… Persino i colori. Persino l’attesa di quello che verrà.

 –  Accetti un consiglio da un vecchio professore signorina. Non insista a perdere tempo in attività verso le quali non ha alcuna predisposizione. Oggi volete tutti studiare ma con la disoccupazione intellettuale che c’è  il nostro paese ha molto più bisogno di gente che sappia fare bene un mestiere. – Una frase come tante. Succede.  In fondo se un giorno tutta la gente si svegliasse volendo cambiare lavoro non ci sarebbe più ordine nel mondo, né armonia.  Sono importanti l’ordine e l’armonia, perché dove non ci sono loro c’è il caos.

AI VECCHI, LA MORTE. AI GIOVANI, LA VITA

“Ai vecchi, la morte. Ai giovani, la vita.” Rami secchi di un albero, inutili, inconsistenti, stupide frasi. “Ai vecchi, la morte. Ai giovani, l’amore”. Cerchi vuoti fatti di sputi d’aria, nient’altro. Per gente che passa il suo tempo a guardare il cielo rigirandosi le dita. E’ una che lavora lei, e la mattina deve alzarsi presto.

L’aula bianca coi poster colorati.  Il mappamondo posato in una angolo. Bastava farlo girare piano, poi chiudere gli occhi e riaprirli, per arrivare là dove si era fermato. Quanti viaggi lungo le strade del mondo …. E che colori, che luci! Che importava se non c’erano soldi né per le navi e gli aerei né per i treni. Se i suoi compagni avevano i genitori ad aspettarli all’uscita da scuola e ai loro compleanni non la invitavano mai. Che importava la mamma inghiottita dal buio in una sera di pioggia, papà vecchio e malato capace solo di offendere e di farsi servire.  C’era il profumo degli alberi in fiore, lungo la strada che portava a scuola. L’odore della terra bagnata sotto le piogge di primavera. E ogni volta in cui puntava  il dito sul mappamondo, gente che l’aspettava sorridendo in qualche luogo lontano. Soprattutto,  c’era l’incanto … d’ una zucca vuota più di quelle di Halloween che poco a poco si riempie di meraviglia, di una tela misteriosa e dolce di parole capace di svelare mondi mai neppure immaginati.

CAMMINARE TRA I BANCHI PORTANDOSI DIETRO QUELL’ODORE LEGGERO

E la prof di lettere che entrava in aula senza fare rumore, con quegli abiti che portavano l’estate nel cuore dell’inverno. Così bella che veniva voglia di toccarla, per capire se era vera. Tutta la classe  per un attimo smetteva di parlare e le sorrideva. Alcuni si alzavano in piedi per salutarla, altri no, ma lei non si arrabbiava  mai e sorrideva a tutti. Anche a lei. 

Che voglia di prenderle la mano e strofinarsela sul cuore, allora; e poi sul viso e sugli occhi. E tenercela finché il male chiuso dentro fosse sparito come sabbia all’arrivo del vento di primavera. Diventare come lei. Sapere e, ciò che si sa, condividerlo con gli altri. Camminare tra i banchi portandosi dietro quell’odore leggero….Ai vecchi, la morte. Ai giovani, la vita. Parole d’aria che l’aria chiude e si porta via.

IL TEMPO COME UN CORVO, ABBARBICATO SULLE RIVE DELL’ANIMA

E ancora solo clienti da accontentare, scale da lucidare pavimenti da pulire, conti da pagare che non tornano mai. Il tempo come un corvo, abbarbicato sulle rive dell’anima. Che ogni ora solleva un po’ di più le sue ali per avvicinare la fine dei giorni. 

Giada del mare cogli occhi alla finestra e il cuore di nebbia. Specchio nero avviluppato dalle onde, che s’inseguono e si frantumano per rinascere ancora. Senza principio né fine. Senza più rimpianti né attesa. Senza che l’ultima conservi traccia di quelle venute prima di lei.

Un giorno dopo l’altro, un attimo dopo l’altro. Finché il silenzio e il buio non spegneranno anche l’ultimo barlume di luce

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IL MOVIMENTO DEI SOGNI: L’INCREDIBILE RITORNO ALLA VITA DI ELEONORA CALESINI DOPO 42 ORE SOTTO LE MACERIE

Il movimento dei sogni, edito da Fandango Libri e scritto da Eleonora Calesini/Debora Grossi, è una storia vera che ci racconta del difficile ma inarrestabile percorso di riapertura alla vita da parte di chi ha subito un trauma. Si tratta infatti di un romanzo autobiografico, che racconta la vicenda umana di Eleonora, ultima sopravvissuta al terribile terremoto che nel 2009 sconvolse l’Aquila.

LA STORIA DI ELEONORA

Era il 6 aprile del 2009, 10 anni e un mese fa, poco dopo le 3 di notte. A conclusione di un lungo iter che aveva già seminato paura tra la popolazione ma che gli esperti avevano definito “sciame sismico”, era arrivata la scossa più forte, destinata a trasformare in un cumulo di macerie il palazzo in cui Eleonora abitava e a mettere in ginocchio l’intera Aquila. Dopo ben 42 ore di ininterrotte e febbrili ricerche Eleonora fu estratta dai soccorritori, viva, ma con una mano e una gamba schiacciate dal cemento. Da allora la ventenne di Mondaino, un paese a pochi chilometri da Rimini, studentessa della prestigiosa scuola di cinema “Accademia dell’Immagine”, ha cominciato il suo graduale riavvicinamento alla vita e alla normalità. Pur essendo una sportiva non ha più potuto giocare alla sua amata pallacanestro perché il piede le è rimasto semiparalizzato e la mano senza forza. Ma dopo essere stata sul punto di morire il suo modo di guardare la vita è cambiato : «Non mi manca praticare sport, prima era fondamentale. Ma vedo il mondo diversamente, ci sono cose più importanti.”

LA TRAMA: DALLA NORMALITA’ ALLA SCOSSA CHE CAMBIA TUTTO

A L’Aquila Eleonora – Elly per i genitori ed Ele per gli amici – condivideva l’appartamento con altre tre studentesse, ma quella tragica sera in casa con lei c’era solo Enza; Chasmine  era tornata al suo paese mentre l’altra coinquilina, Martina, temendo il terremoto era andata a dormire in auto con il fidanzato. Il romanzo inizia col racconto della loro quotidianità, vite “normali”, simili a quelle di migliaia di loro coetanei, fatte di amicizie, amori, ricerca di emancipazione, frustrazioni e sogni. Poi la scossa che cambia tutto, rubando la vita a Enza e permettendo ad Elly di salvarsi per miracolo, dopo quasi due giorni trascorsi, senza sentire nulla perché è sorda dalla nascita, in mezzo alla «Paura, tantissima paura. E quel buio. Il tempo che non passava mai» Ma il terremoto ha effetti devastanti anche sulle altre due amiche, riempiendole di dolore e sensi di colpa per non aver convinto Enza ed Elly a seguire il loro esempio, abbandonando a propria volta l’appartamento. (“COME FACCIO A NON SENTIRMI IN COLPA SE IO SONO QUI E LORO SONO LA’ SOTTO!” – dice disperata Martina alla madre che cerca di consolarla)

ASPETTI CARATTERIZZANTI IL ROMANZO

Il movimento dei sogni descrive, con stile fluido ed efficace e una partecipazione emotiva che, senza scadere mai nel pietismo, suscita grande empatia, anche il dramma “di riflesso” vissuto dai famigliari e amici delle 4 ragazze, a iniziare dai genitori di Eleonora, che, malgrado i ricorrenti momenti di panico, nemmeno per un momento si rassegnano alla sua perdita, e l’abnegazione dei soccorritori, schivi eroi trascurati dai media. Impariamo così a conoscere la competenza e l’umanità di Raffaele, capo della squadra USAR, adibita al soccorso urbano in condizioni estreme, la generosità e la tenacia di Andrea, alla guida di eccellenti mezzi e di una squadra di volontari esemplarmente organizzati, la forza d’animo e lo straordinario coraggio di Claudio che, mentre è affondato nelle viscere della terra per salvare Elly, dinnanzi all’ennesima scossa dice: “Non ci fermerà!”

L’INELUDIBILE FORZA DEI RICORDI

Infine, il ritorno alla vita di Eleonora, estratta dalle macerie tra la commozione e gli applausi dei presenti Ma i ricordi del terrore vissuto, malgrado i tentativi di respingerli, riaffiorano sotto forma di sogni/incubo, alternandosi in modo quasi schizofrenico alla realtà e rischiando talora di sovrapporvisi. Questo è il contenuto della seconda parte del romanzo e in definitiva il suo filo conduttore: la strenua lotta di Eleonora per difendere il suo futuro e ricomporre il lancinante dissidio tra passato e presente. Una lotta descritta con efficacia e un lirismo che si fa struggente nel delineare il conflitto tra una quotidianità finalmente normalizzata e il persistente terremoto interiore

SONO PASSATI ORMAI 3 ANNI. (…) MI SONO COSTRUITA UNA VITA DIVERSA, CERCANDO DI CHIUDERE UNA PORTA SUL PASSATO, MA IMPROVVISAMENTE UNA FOLATA DI VENTO È IN GRADO ID RIAPRIRLA NEI MOMENTI IN CUI PIÙ MI SENTO TRANQUILLA.

CHE LA FORZA SIA CON VOI

Perché siamo fatti non solo dal nostro DNA ma anche da ciò che abbiamo vissuto; i ricordi, per quanto terribili, non si possono cancellare, e del resto farlo significherebbe disconoscere una parte di noi stessi. Possiamo solo imparare a conviverci, facendo in modo che non ci impediscano di inseguire i nostri sogni e di vivere la vita che abbiamo scelto. “Che la forza sia con voi”, aveva scritto Eleonora su un biglietto affisso alla porta d’ingresso del suo appartamento distrutto. È Questo che Elly ha fatto e che col suo libro implicitamente suggerisce di fare a chiunque dovesse trovarsi in una situazione analoga alla sua: trovare in se stessi la forza di guardare al futuro malgrado il peso del passato. Un messaggio forte e indimenticabile nella sua semplicità.

IL MOVIMENTO DEI SOGNI di Eleonora Calesini e Debora Grossi: lo struggente ritorno alla vita della ragazza sopravvissuta per 42 ore sotto le macerie del terremoto dell’Aquila

L’IMPORTANZA DI COMMEMORARE IL 25 APRILE E IL CONTRIBUTO FEMMINILE ALLA LIBERAZIONE

Oggi, 25 aprile, si commemora la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, stabilita come festa istituzionale su proposta di Alcide De Gasperi, allora Capo del Governo provvisorio, poi sancita in modo definitivo nel 1949. Personalmente mi sento cittadina del mondo e non sono particolarmente sensibile nei confronti di feste e ricorrenze varie. Ma oggi mi sembra giusto che ognuno, a modo suo, faccia sentire la propria voce, ricordando a se stesso e agli altri che c’è, che sa e non ha dimenticato. Perché solo in questo modo è possibile evitare che gli orrori della Storia si ripetano.

L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA


Perché perdere la memoria vuol dire perdere se stessi e il senso stesso dell’umano stare nel mondo. Grazie allora a tutte le donne e a tutti gli uomini che non si sono arresi alla barbarie, permettendoci di diventare quello che siamo e che potremo continuare ad essere solo a patto di non dimenticare: esseri umani fragili, litigiosi, incompiuti, arrabbiati, ma liberi.

IL CONTRIBUTO FEMMINILE ALLA RESISTENZA E ALLA LIBERAZIONE

UNA CITAZIONE-STRALCIO DI POESIA TRATTA DA “POESIE PARTIGIANE” DI LUIGIA BIMBI

Una pace che dobbiam difendere
coi denti,
strappar con forza dalle grinfie
di questi untori,
cui l’oblio degli uomini
senza memoria
ha consegnato le redini
del mondo.
Noi donne, portatrici di vita,
difendiamola, questa pace!
Proteggiamola dai profeti falsi,
dai conflitti inutili,
dalle vecchie ciabatte riciclate.
Solo così, il frutto
del nostro ventre generoso,
potrà crescere
nella piena coscienza
del valore umano,
un dono troppo grande

per affidarlo, in ogni caso,
al crudele feticcio della guerra.

APPROFONDIMENTI SUL hCONTRIBUTO DELLE DONNE ALLA LIBERAZIONE DEL NOSTRO PAESE

Circa il fondamentale contributo femminile alla Resistenza a quindi alla Liberazione, spesso silenzioso e sottovalutato, vi rinvio ad alcuni bei siti che forniscono ottimi spunti di riflessione e approfondimento:

Bambole Spettinate & Diavole del focolare, PaSionaria, Il Paese delle Donne On Line Rivista, Huffington Post, Popoff Quotidiano.

ORA CHE SONO NATO DI MAURIZIO FIORINO: LA TRAGICOMICA STORIA DI EMANCIPAZIONE DA UNA FAMIGLIA DISFUNZIONALE



Ora che sono nato è il terzo e ultimo romanzo del trentacinquenne Maurizio Fiorino, fotografo che ha realizzato mostre nelle più importanti gallerie romane e newyorkesi e come scrittore ha esordito con Amodio, seguito da Fondo Gesù, due interessanti romanzi incentrati entrambi sulla “gioventù bruciata” della sua terra d’origine, Crotone, e pervasi di “pasoliniana ferocia” Col terzo lavoro Fiorino si addentra tra i cocci insanabili di una “famiglia altamente diseducante”. Pur non essendo un memoir la storia ha molto di autobiografico: “ho deciso di mostrare tutte le mie cicatrici” ha dichiarato l’autore in un’intervista. Trattandosi di materiale che si addentra nella carne viva del personale percorso umano dell’artista, rispetto ai lavori precedenti il suo sguardo si fa più pacato. Non c’è nessun odio, nessuno spirito revanchista o vendicativo, solo l’urgenza di esprimere tutto il non detto, di mostrarlo senza reticenze a se stesso e agli altri, in una dolce/amara catarsi liberatoria.

LA TRAMA

La famiglia Goldino, in cui nasce il protagonista, Fortunato detto Nato, si compone di una madre nevrotica, egoista e opportunisticamente ipocondriaca, un padre debole, inconsapevole dei propri limiti e scaramantico ai limiti del patologico, una sorella così annoiata dalla verità da non poter fare a meno di sostituirla con immaginifiche bugie e un fratello “bulletto balbuziente”. Una famiglia stravagante fatta di cinque individui chiusi ognuno nel proprio egoistico microcosmo e tenuti insieme da un ben poco efficace scotch, ma che presenta molti aspetti facilmente rinvenibili nella realtà. Basta infatti pensare a quante situazioni abbiamo vissuto noi stessi e /o conosciamo, tra parenti, amici e conoscenti vari, in cui i figli vengono quotidianamente usati da coppie scoppiate come i genitori di Nato, prima come estremo collante per restare uniti malgrado non abbiano più nulla da dirsi, poi come merci di scambio. Anche se mancano le pernacchie e i colpi di tosse di Tina Griace e le corna scaramantiche di Beppe Goldino sono sostituite da raffinati modi borghesi, l’essenza resta la stessa.

VOLEVO DIVENTARE UNA SPACE GIRL


IL SOGNO DI NATO ERA DIVENTARE UNA SPACE GIRL

All’interno di cotanto “nido” la vita del giovane Nato , che sogna di diventare una Spice Girl e scopre lentamente la propria omosessualità, scoperta di cui in principio si vergogna e si guarda bene dal rendere partecipi gli altri, temendone la reazione, scorre solitaria e infelice. Ci vorranno i primi amori corrisposti, la graduale presa di coscienza dell’incompatibilità ambientale con la propria retrograda e bizzarra famiglia e il primo successo della sua vita – una borsa di studio per “il tema più bello d’Italia”, che gli offre l’opportunità di studiare per un anno a Parigi – grazie al quale anche i genitori iniziano a guardarlo con occhi nuovi, perché trovi il coraggio di staccare il cordone ombelicale che malgrado tutto lo lega ai Goldino, andandosene da casa e sciogliendosi così per sempre dal loro “mortale” abbraccio

SONO NATO E BASTA!


“Alla fine, il titolo mi è arrivato addosso come un fulmine. Ora che sono Nato racchiude tutto il senso del libro”)

I famigliari di Nato sono personaggi tragici e insieme spassosi, a causa della bizzarria di certi tratti caratteriali e/o comportamentali che rasentano la caricatura, senza nulla togliere alla loro profonda autenticità. Il protagonista di Ora che sono nato, un mite la cui indole comprensiva gli permette di provare pietà anche per la madre che lo ha sempre maltrattato, è l’alter ego di Fiorino, che come lui ha avuto una passione precoce per la danza e, a causa di tale attitudine ma soprattutto della conclamata omosessualità, è stato sbeffeggiato e bullizzato sia a scuola che fuori, come ha rivelato lo stesso autore in un’intervista.

La prima volta che misi piede a scuola di danza tutte le bambine scoppiarono a ridere e io mi rifugiai in bagno a piangere. A scuola si sparse la voce che facevo danza e anche lì cominciarono a prendermi in giro. Non sono mai stato picchiato, però. Soltanto una volta in gita in quinta elementare un gruppo di bambini fece il cerchio intorno a me e mi apostrofarono in tutti i modi possibili, tra cui frocio, ricchione e compagnia bella. È l’unico momento che ricordo con terrore della mia infanzia. Mi salvò un mio compagno di scuola, un altro bullo che però prese le mie difese. Francesco. Divertentissimo il racconto, fatto sempre da Fiorino, della controversa nascita del titolo, che poi, dopo tante “capriole”, gli “ è arrivato addosso come un fulmine. Ora che sono Nato racchiude tutto il senso del libro”)

DICHIARAZIONE D’AMORE PER LA LIBERTA’ E LA VITA

La libertà

Il messaggio contenuto nel romanzo è in sostanza che non dobbiamo mai rinunciare ad accettare noi stessi per ciò che realmente siamo e a costringere gli altri a fare altrettanto. Ad accettarci e ad esserne fieri, perché la ricchezza e bellezza del mondo sono date proprio dalla coesistenza di tante “uguali diversitàdi cui ogni essere umano è portatore. Non a caso l’opera ha come destinatari privilegiati coloro che credono nella diversità come valore e che pensano di dover essere sempre se stessi, senza smettere di inseguire i propri sogni. Queste le belle parole usate dall’autore in un’intervista a D-Repubblica:

«Piacerà ai sognatori, a chi ha la forza di resistere, a chi ha deciso di non agitarsi troppo per liberarsi dalle catene: basta prendere la chiave e aprire il lucchetto. Dispiacerà a chi non ha capito che essere diversi è una grazia del cielo».

Ora che sono nato di Maurizio Fiorino: la tragicomica, empatica storia della liberazione dai lacci famigliari  e della conquista di sé da parte di un artista in nuce nel meridione italiano degli anni ’90.

TORNA A CASA JIMI! DIECI COSE DA NON FARE QUANDO PERDI IL TUO CANE A CIPRO: L’IRRESISTIBILE ESORDIO DEL REGISTA CIPRIOTA MARIOS PEPERIDES

Torna a casa, Jimi! – Dieci cose da non fare quando perdi il tuo cane a Cipro, esordio alla regia del greco Marios Piperides, accolto benissimo da pubblico e critica e trionfatore al prestigioso Tribeca Film Festival , è un irresistibile tragicommedia, un buddy-movie apri-menti, come l’ha definita lo stesso regista in un’intervista, che aiuta a combattere i pregiudizi e a rispettare la diversità culturale. Piperides, con realismo minimalista intriso di una irresistibile verve comica, attraverso la storia di un uomo che cerca di riprendersi il suo cagnolino smarrito ci racconta un dramma dimenticato, quello di Cipro la cui capitale, Nicosia, è rimasta l’unica al mondo ad essere spaccata in due.

IL DRAMMA CIPRIOTA

Dal 1974 Nicosia è spaccata in due

Dopo l’invasione turca del’74, infatti, i greco-ciprioti si rifugiarono nella zona meridionale, divenuta capitale ufficiale della Repubblica cipriota che dal 2004 è membro della UE, mentre il territorio settentrionale si autoproclamava Repubblica Turca di Cipro del Nord, a tutt’oggi non riconosciuta dalla Comunità internazionale, ovviamente fatta eccezione per la Turchia. A garantire la pacifica convivenza tra le due comunità, ma anche il rispetto della legge secondo la quale nessun animale, pianta o prodotto può passare dal settore turco di Cipro a quello greco e viceversa, fu creata una zona/cuscinetto – chiamata verde – controllata dai caschi blu dell’Onu. Sotto la patina del disimpegno Piperides descrive la devastante tragicità di un mondo in cui durezza della legge e (dis)umana stupidità impediscono a persone della stessa nazionalità, spesso legate tra loro da vincoli famigliari e affettivi, di sentirsi tali e interagire liberamente. Di fronte al muro di gomma degli inflessibili tutori dell’ordine costituito si staglia la “mollezza” dolente di un’umanità irrisolta, così disillusa e priva di certezze da accontentarsi di vivere di espedienti, senza nemmeno cercare di trovare e/o recuperare la propria dignità identitaria.

LA TRAMA

Un’umanità esemplarmente incarnata dal protagonista Yiannis, musicista greco-cipriota alla deriva sentimentale, finanziaria e lavorativa, e da Hasan, un apolide privo di documenti che si è insediato con la sua famiglia in quella che, prima dell’occupazione turca, era stata la casa dei genitori del primo. Due persone pacifiche, piuttosto ingenue e d’indole altruista, a differenza del piccolo malavitoso locale Tuberk, che per una serie di sfortunate circostanze presto si unisce a loro in quella che assume sempre più i tratti di una disperata corsa contro il tempo, avendo Yiannis già in tasca un biglietto per espatriare in Olanda, dove progetta di ritentare la fortuna come musicista. Sia Yiannis che Hasan nella prima parte del film mostrano la propria incapacità di reagire adeguatamente all’ennesimo colpo basso che il destino riserva loro, ma nell’epilogo, proprio grazie al doloroso percorso di privazione e confronto col diverso da sé che sono costretti a intraprendere, sembrano inaspettatamente ritrovare la strada della speranza e di un rapporto nuovo con sé e con gli altri. Sullo sfondo di una fatiscente Nicosia, oggetto della citata contesa greco-turca da ben 45 anni, si svolge la storia del bastardino Jimi, comprato da Yiannis prima di essere lasciato da Kika, la sua ragazza, stanca di stare con un uomo pasticcione e inconcludente. L’evento scatenante dei tre giorni in road movie narrati nel film è la fuga da casa di Jimi, che un bel giorno, ignorando leggi e divieti, supera la zona verde, raggiungendo il settore turco. Iniziano a quel punto i tentativi disperati di riportarlo indietro da parte di Yiannis e dei suoi involontari compagni di viaggio, cui a un certo punto si aggrega Kika, a propria volta incapace di rinunciare per sempre a Jimi.

IMPEGNO E IRRESISTIBILE LEGGEREZZA

Sospeso tra il realismo a tratti surreale di Kaurismaki e l’impegno, pesante nella sostanza quanto lieve nella forma, di Mihaileanu o del Peter Cattaneo di Full monty, capaci come lui di unire mirabilmente denuncia sociopolitica e impareggiabile leggerezza, Piperides fa di, Torna a casa, Jimi! – Dieci cose da non fare quando perdi il tuo cane a Cipro un road movie-parabola sullo straniamento di un mondo diviso da confini rigidi quanto insensati, che anziché favorire la pacifica convivenza tra le genti creano assurde “separazioni in casa” e alimentano il reciproco odio. Il tema viene affrontato dal regista con originalità narrativa, grande sensibilità emotiva e garbato ma irresistibile umorismo, basti pensare alle esilaranti schermaglie tra i tre protagonisti, soprattutto durante il primo incontro col trafficante Tuberk ai bagni turchi, mentre l’incontro/scontro di Yiannis con Kika, che nel frattempo si è rifatta una vita, rivela tutta la fragilità del musicista. Non meno intenso l’epilogo, con un quadrupede non meglio specificato – non vorrei sciupare la sorpresa a chi non avesse ancora visto il film – che, libero e scodinzolante, si fa allegramente beffe della (dis)umana stupidità.

REGISTA E INTERPRETI


L’attore protagonista Bousdoukos e il regista Piperides intervistati per la rubrica
“un caffè con”

Essendo nato e vivendo a Nicosia, il regista mette in scena i paradossi di una situazione che conosce dal di dentro e sulla quale aspira a sensibilizzare l’opinione pubblica. Ecco alcune frasi estrapolate da interviste rilasciate ai media che ci rivelano molto sulla sua visione del mondo e del cinema: “Il filo rosso che univa e unisce tutte le nostre idee è l’apertura: che tu sia greco o turco, non ci devono essere barriere tra esseri umani”.  “Sono cresciuto sentendomi raccontare che i turchi erano il mio nemico. (…) Ho dovuto aspettare l’apertura del check-point, nel 2003, per poter visitare una parte della mia patria dove non avevo mai messo piede. (…) Ho provato la paradossale sensazione che tutta quella estraneità mi fosse familiare! Come accade a Yiannis e ad Hasan, i protagonisti di Torna a Casa, Jimi!, quando inizi a conoscerti e a parlarti, sempre con rispetto dell’altro punto di vista, capisci che è il modo giusto per vivere insieme.” E ancora: “Il cinema è un mezzo per portare il pubblico a vedere le cose da una altro punto di vista, perché (…)il pubblico vuole essere intrattenuto ma vuole anche imparare”. Straordinario il trio di interpreti, tutti assolutamente in parte, dal greco Adam Bousdoukos già noto al grande pubblico italiano per film come Soul Kitchen e La sposa turca, ai turchi Fatih Al nel ruolo dell’”usurpatore” Hasan e Ozgur Karadeniz, interprete del losco Tuberk. 

SIMILITUDINI E CONFINI

immagine tratta dal film Border-creature di confine di Ali Abbasi

Il film di Peperides mi ha ricordato un altro interessante film , per quanto diversissimo per trama e stile, Border-creature di confine, del regista Ali Abbasi, coproduzione svedese-danese premiata a Cannes nella sezione un certain regard, che ha adattato per il grande schermo un racconto dello scrittore scandinavo di genere horror John Ajvide
Lindqvist . Le due pellicole sono infatti accomunate, oltre che dalla elevata qualità artistica, dal farsi veicolo privo di forzature didascaliche di una riflessione socio-politica per molti aspetti condivisa, sebbene confezionata da Abbasi non come commedia ma come inquietante fantasy dal ritmo teso di un thriller. Un messaggio/riflessione che da un lato si scaglia contro l’antropocentrismo, mostrando come le “razze non umane” possano rivelarsi, e sovente di fatto siano, superiori a noi, troppo spesso carnefici e insieme vittime di un orgoglio autoreferenziale e di pregiudizi che moltiplicano le nostre fragilità, dall’altro contro l’assurdità di confini e muri che riescono solo a raggiungere l’obiettivo di alimentare l’odio dei “diversi” che vorrebbero tenere lontani, spingendo loro e anche altri a compiere gesti folli pur di raggiungere l’al di là del muro. Non a caso la parola-chiave che fa da trait d’union tra le due pellicole, è “border”, confine, per quanto riguarda il film greco nome del negozio di biancheria intima accanto alla casa di Yiannis, dalla cui ironica immagine il film inizia e finisce, per quanto concerne la pellicola di Abbasi così programmaticamente centrale da esserne il titolo, nella versione originale semplicemente “Gräns”. Torna a casa, Jimi! – Dieci cose da non fare quando perdi il tuo cane a Cipro di Marios Piperides:
Quando l’Arte arriva laddove si fermano politica e (dis)umana inettitudine. Un irresistibile inno al No bordertra umanissimo sentimento, travolgente ironia e struggente nostalgia di ciò che gli uomini potrebbero essere se smettessero di farsi del male da soli.

PICCOLO MONDO PERFETTO: LA FAMIGLIA (IM)PERFETTA SECONDO KEVIN WILSON

Oggi ho deciso di parlarvi di un libro molto interessante che ho letto qualche tempo fa, Piccolo mondo perfetto. Si tratta del secondo romanzo dello scrittore statunitense Kevin Wilson, che aveva già ottenuto un notevole successo di critica e pubblico con La famiglia Fang, dal quale nel 2015 è stato tratto dal regista Jason Bateman l’omonimo film, interpretato tra gli altri da Nicole Kidman e Christopher Walken. Nel nuovo lavoro Wilson punta nuovamente la sua attenzione, con acuminata “leggerezza”, sul ruolo potentemente condizionante che la famiglia svolge nell’evoluzione/involuzione dei suoi membri, riprendendo il filo del “meraviglioso dolore”, per citare Hornby, che fungeva da collante nel romanzo precedente. In Piccolo mondo perfetto l’autore continua infatti a riflettere sulla (in)sostituibilità dei legami famigliari e sul prezzo che alcuni genitori sono disposti a pagare, usando i figli come cavie da laboratorio in nome del progresso – per i coniugi Grind scientifico, per i Fang artistico –  e, tacitamente, della propria autoaffermazione. Con sguardo insieme partecipe e distaccato, tra indagine sociologica e osservazione psicologica, struggente tenerezza e disincantata ironia, l’autore segue le vicende dei suoi personaggi, chiedendosi se davvero esista una soluzione ottimale per vivere e far crescere i figli nel migliore dei modi possibili. La risposta che sembra suggerire è che non esistono soluzioni perfette e che a fare la differenza non è l’essere parte di un nucleo affettivo grande o ristretto, ma saper creare autentici legami mantenendo il cuore aperto verso il futuro.

IL PROGETTO FAMIGLIA INFINITA

Pubblicato da Fazi nella traduzione di Silvia Castoldi, Piccolo mondo perfetto racconta le alterne vicende di un “progetto scientifico” denominato famiglia infinita, ma contemporaneamente è una storia di formazione, quella di Preston Grind, divenuto responsabile/coordinatore del progetto stesso, e di Izzy Poole, ragazza-madre unica single inserita ne’ La famiglia infinita. Pagina dopo pagina si scopre che Izzy, dopo aver subito il trauma della precoce perdita della madre, era rimasta sola col padre alcoolizzato e taciturno e si era in seguito innamorata del proprio gentile quanto fragile insegnante d’arte, morto suicida dopo aver saputo della sua gravidanza. Dal canto suo Preston Grind durante l’infanzia era stato sottoposto  dai genitori,tra i più celebri psicologi dell’età evolutiva dell’epoca, a un sistema educativo denominato “della frizione continua”; un metodo consistente nel sottoporre i bambini a continue situazioni di pericolo/stress ai limiti della crudeltà, per poterne studiare le reazioni, monitorandone e sviluppandone le capacità di problem solving. Divenuto un famoso psicologo a propria volta, Preston cerca di utilizzare le drammatiche esperienze subite per aiutare i bambini a vivere un’infanzia al riparo da traumi, proprio perciò si lascia convincere dalla ricchissima imprenditrice Brenda Acklen a realizzare la predetta “famiglia infinita”, una sorta di comune, anche se alla definizione in tal senso data da Izzy lo psicologo ribatte: “Be’, non esattamente. Non è proprio una comune. È una famiglia scientifica”. Si tratta in sostanza di una famiglia sperimentale, allargata a diversi nuclei uniti dal trovarsi in difficoltà, sia pure per differenti ragioni, e che, nel suo porsi come valida alternativa a quella tradizionale, ricorda le famiglie aperte degli anni ’70, frutto della cultura beat/hippy; la differenza tra le due sta negli obiettivi, perché lo scopo primario della “famiglia infinita” non è la liberazione da schemi convenzionali e vincoli ma far sì che “ogni bambino senta che ogni adulto è, in sostanza, suo padre o sua madre e lo ama senza esitazioni o riserve” . Il progetto attuato da Preston prevede infatti la convivenza per 10 anni di 9 coppie coi rispettivi neonati, cui viene aggregata Izzy col figlio Capitolo, in una struttura basata sulla “genitorialità condivisa”, al cui interno i  bambini imparino a considerare tutti gli adulti mamme e papà e i bambini fratelli. La vita nella struttura scorre vivace, tra fierezza consapevole della propria “unica” capacità protettiva verso il caos del mondo e dubbi contagiosi che rischiano spesso di mandare il progetto in frantumi. Stante l’inevitabile imperfezione di un microcosmo basato su esseri umani per loro natura imperfetti, piccole invidie/gelosie, violenti scoppi d’ira, pulsioni sessuali mal controllate e risentimenti sono presenti anche dentro la famiglia infinita, ed è proprio una storia d’amore e tradimento a mostrarne i primi veri segni di cedimento. L’anticipata chiusura del progetto è però la conseguenza della morte della sua ideatrice, la cui ben poco sentimentale erede revoca i finanziamenti concessi dalla defunta al dottor Preston. Malgrado l’amarezza l’imprevista fine viene gradualmente accettata anche dai più riottosi, come lo stesso Preston e Izzy, perché ciò che è fondamentale non finisca mai è solo l’amore, suggerisce Piccolo mondo perfetto.

L’EMPATICA FRAGILITA’ DEI PERSONAGGI DI WILSON

In un’atmosfera sospesa tra leggerezza e profondità, comicità dissacrante e delicata quanto lucida analisi dei grovigli sentimentali, Wilson trasferisce nei suoi personaggi le proprie ansie e paure, di cui ha parlato in un emozionante articolo/verità apparso su Buzzfeed: “Ho sempre dovuto lottare con pensieri indesiderati, con cose orribili che mi arrivano come lampi di luce (…) ho aspettato che Griff mi chiamasse, un brutto pensiero nella sua testa, e io sarei sempre tornato da lui, sempre, per stargli accanto, per tutto il tempo in cui avesse avuto bisogno di me.”È probabilmente anche per tale ragione che le sue donne e i suoi uomini appaiono così empatici nelle loro umane fragilità, veri e capaci di toccare nel profondo il cuore dei lettori. Il personaggio centrale di Piccolo mondo perfetto,  Izzy Poole, è una ragazzina poi giovane donna che, resa determinata dal proprio doloroso passato, reagisce con coraggio alla perdita traumatica dell’uomo amato e non si fa corrompere dalle lusinghe dei suoi ricchi genitori, scegliendo in piena libertà ciò che le sembra meglio per la propria vita e per quella del figlioletto Cap. Attratta da “la famiglia infinita” ne è contemporaneamente intimorita e scettica, ma col tempo e con l’assidua frequentazione del dolce Preston ne diventa la più tenace sostenitrice, nonché il braccio destro dello stesso psicologo nei suoi sforzi di tenere coesi i membri del progetto. Dal canto suo Preston Grind è un professionista generoso e “innamorato” del progetto che coordina, in cui vede l’opportunità di trasformare in bene per gli altri il suo doloroso percorso personale e chiudere i conti coi propri traumi infantili. Schivo e sempre timoroso di perdere il controllo di sé, solo nell’ultima parte del romanzo Preston realizza che saper abbandonarsi alle emozioni in certi casi è indispensabile alla felicità propria e altrui.

IL VALORE AGGIUNTO DI PICCOLO MONDO PERFETTO

Ancora una volta a caratterizzare l’opera di Wilson è la singolare forza di un messaggio capace di coniugare tradizione e modernità. Il bisogno di percepirsi e vedersi riconosciuti/amati come portatori di una irripetibile unicità, nella sua famiglia infinita cede in larga misura il posto alla capacità di sentirsi parti di una più solidale comunità affettiva, che supera le tradizionali accezioni di famiglia, coppia e genitori/figli. Il progetto, pur non tenendo in sufficiente considerazione le spinte possessive che caratterizzano la natura umana, contiene un prezioso suggerimento: quello secondo cui il vero affetto nasce dalla consuetudine dei rapporti, dalla reciproca capacità di ascolto e comprensione e dal saper costruire insieme una rete di vicendevole supporto, ben più che dalla consanguineità, concetto certamente non nuovo ma rivisitato da Wilson con una sensibilità e un’originalità fuori dal comune. Piccolo mondo perfetto di Kevin Wilson: l’insostituibile famiglia (im)perfetta nel tenero/irriverente sguardo “altro” di Kevin Wilson.

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