VOCI, PROFUMI E COLORI DELLA MIA CITTA’ – RACCONTO DI AURORA NATALE


IL GOLFO DELLA SPEZIA, ACQUERELLO E PENNINO TECNICO, 1994

Questa distesa di palazzi, disposti a mezzaluna intorno al mare, mi sorprende con i suoi profumi e i suoi colori in ogni angolo … E quando meno me lo aspetto certe voci della natura le posso ascoltare anche qui, tra l’asfalto e il cemento …

Chi lo ha detto che le città emanano soltanto vapori tossici e puzza di smog? E che sono tutte grigie? E che per le strade si ascolta soltanto il rombo di mille motori impazziti?

Nella mia piccola città certe mattine di primavera, quando i campanili rintoccano le prime ore, i giardinieri falciano i tappeti verdi delle aiuole: allora è piacevole uscire presto, per respirare l’odore fresco dell’erba tagliata, insieme al profumo persistente di quei piccoli fiori color panna che esplodono dalle siepi di pittosforo lungo il porticato di via Chiodo.

Ecco la  primavera inaspettata, in pieno centro. Le strade si riempiono di fragranze inebrianti: magnolie, gelsomini, rose…; dai giardini pubblici si sprigionano aspri, dolci o agrumati quei profumi che trasportano la mia mente lontana da questo luogo di appuntamenti, di fretta, di denaro, di affari, di impegni, di stress! E posso tornare con la memoria ai luoghi e ai momenti di un tempo più felice.

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TECLA TRE VOLTE DI GIANLUCA MOROZZI: UNA SURREALE STORIA D’AMORE CHE FA RIFLETTERE SUL RAPPORTO TRA DESTINO E LIBERO ARBITRIO

Tecla tre volte è l’ultima opera di Gianluca Morozzi, artista poliedrico e instancabile autore di romanzi, saggi, racconti e graphic novel. Si tratta di un coinvolgente romanzo sospeso tra realismo magico e registro umoristico, agito da un mistero che rivela la sua vera natura solo nelle ultime pagine. Oltre ad essere una storia d’amore, resa intrigante e originale dal talento morozziano, già ampiamente dimostrato nella precedente bibliografia e caratterizzato soprattutto da una profondità ammantata di scanzonata e brillante leggerezza, Tecla tre volte è anche una surreale parabola sul ruolo svolto nelle nostre vite dal caso e dal libero arbitrio     

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LENA E LA TEMPESTA DI ALESSIA GAZZOLA: IL PERCORSO DI RINASCITA DI UNA GIOVANE DONNA ALLE PRESE CON UN TERRIBILE PASSATO

Lena e la tempesta è un romanzo uscito lo scorso maggio per Garzanti e scritto da Alessia Gazzola, autrice della celebre serie iniziata con L’allieva e dedicata al medico legale Alice Allevi. Un’opera più amara e riflessiva rispetto ai romanzi che l’hanno preceduta, anche per la particolare durezza del tema che fa da perno all’intera narrazione, ma in cui non manca lo stile fresco e accattivante che è il marchio di fabbrica dell’autrice. Tra il rumore del mare, impresso dentro indelebilmente come un acufene e illuminanti illustrazioni, incontri ora dolorosi ora salvifici e gli intensi profumi dell’estate siciliana, si snoda il dolente percorso della protagonista, volto a trasformare il dolore legato a un terribile segreto in nuova consapevolezza di sé e capacità di rinascere, riaprendosi alla pienezza della vita.

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IL FIGLIO DI NOÈ DI ERIC-EMMANUEL SCHMITT: MAGICO APOLOGO SULL’INTERCULTURA ANIMA DEL MONDO.

Nella bella traduzione di Alberto Bracci Testasecca è da poco uscita per E/O una nuova edizione di  L’Enfant de Noè, scritto nel 2004  da Eric-Emmanuel Schmitt, uno dei più geniali, poliedrici e sensibili autori contemporanei. Concepito come segmento dell’articolato “Ciclo dell’Invisibile”, Il figlio di Noè è una parabola, dal sapore poeticamente fiabesco, sulla bellezza dell’intercultura e sulla capacità che l’essere umano possiede di sconfiggere anche il peggiore dei fanatismi, purché trovi la forza di tenere viva la memoria e preservare tutto ciò che del patrimonio umano è a rischio di estinzione. È proprio tale forza a costituire il perno attorno al quale ruota l’esistenza di Padre Pons, il protagonista del romanzo, che nel Belgio occupato dai nazisti si dedica a salvare con ogni mezzo bambini ebrei e spirito ebraico; perché essere uomini, ci ricorda ancora una volta per suo tramite Eric-Emmanuel Schmitt, significa prima di tutto possedere un senso di comune appartenenza e solidale condivisione, in virtù del quale percepire ciò che accade agli altri uomini come qualcosa che ci riguarda tutti e di cui dobbiamo quindi farci carico insieme. Un messaggio che appare tanto più necessario in un mondo come l’attuale, caratterizzato dalla diffusione virale di fobie oscurantiste, che alla pacifica convivenza tra i popoli preferiscono il conflitto permanente e all’“amorosa comprensione”, anticamera dell’accoglienza, l’odio e il rifiuto.

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MARIANNA O DELLA MAGIA RACCONTO DI ALICE C. DELACOURT

Marianna guarda il reticolo nero che le scorre davanti, l’immensa pianura velata appena da un sole opaco. Tra qualche ora rivedrà Sandro, sua madre, gli altri. Annusa il cielo, strana pioggia gialla che si posa sul cuore, fuliggine che dall’aria intorno scivola nell’anima, come un dolore che affiora piano dall’intimità delle cose.

E la  mente corre attraverso i binari neri e i campi di terra bruciata, s’inerpica lungo sentieri di montagna per ridiscendere tra colline brulle colorate d’ autunno. La casa, il ritorno, la fuga del treno oltre la cortina di nebbia. L’odore acre d’incendi appena spenti, Sandro che le fa regali per il compleanno e l’onomastico, Vergemoli dal cuore di pietra e il ventre nero. Marta, Renata, Sonia e i loro mariti quarantenni vecchi dagli occhi spenti.

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LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMÃO DI KARIM AÏNOUZ: UNA POTENTE STORIA DI SORELLANZA, SOLIDARIETÀ E INTIMA FORZA DELLA “INVISIBILITÀ” FEMMINILE

La vita invisibile di Euridice Gusmão di Karim Aïnouz, vincitore della sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2019, è un film liberamente ispirato al romanzo Euridice Gusmão che sognava la rivoluzione, opera prima di Martha Batalha, che ha riscosso un notevole successo internazionale ed è stata pubblicata in Italia nel 2016.

 Nel Brasile degli anni ’50, paese dalle tinte forti e dall’anima misogina, all’impietoso caldo del quale fa da contrappunto il gelo interiore di molti personaggi, si svolge la parabola umana delle sorelle Euridice e Guida Gusmão, seguite dalla prima giovinezza sino alla vecchiaia. Una storia resa più cruda e potente da una sanguigna quanto feroce sensualità, che narra di unioni oppressive e inconsolabili separazioni, devastanti “affetti” famigliari e sorellanza salvifica malgrado le distanze, rinunce e sogni più forti di qualunque catena.

Nel passaggio dalla scrittura alla settima arte la storia non perde nulla della sua dirompenza, grazie alle due superbe protagoniste – Carol Duarte e Julia Stockler, due attrici pressoché esordienti al cinema, rispettivamente nel ruolo di Euridice e in quello della sorella maggiore Guida, mentre la prima da anziana è interpretata da Fernanda Montenegro, attrice simbolo del cinema brasiliano – e ad un grande talento  registico. Un talento che, nel pieno rispetto delle origini letterarie del film,  sa calibrare in modo perfetto toni e tempi di un (melo)dramma senza tempo, parabola sulla femminilità ferita che in un crudele universo maschilista non  rinuncia a cercare  se stessa e, dopo aver toccato il fondo, riemerge dalle proprie stesse ceneri a suo modo più forte e più libera.

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L’ALTRA METÀ DI DIO DI GINEVRA BOMPIANI: UNO STUPEFACENTE VIAGGIO SINO ALLE ORIGINI DELLA NOSTRA CIVILTA’, PER SCOPRIRE UN ALTRO FEMMINILE.

L’altra metà di Dio, edito da Feltrinelli, è l’ultimo saggio di Ginevra Bompiani, grande signora  della letteratura e dell’editoria italiana, che nella sua lunga vita ha affiancato al lavoro di scrittrice, traduttrice, saggista e docente universitaria, quello di editrice, collaborando da giovane col padre Valentino, per il quale ideò e curò Il Pesanervi, la prima collana di letteratura fantastica italiana, ma soprattutto fondando nel 2002, insieme a Roberta Einaudi, la casa editrice Nottetempo. L’altra metà di Dio è un fantasmagorico viaggio in quel deposito vivo che è il nostro immaginario, dentro il magico silenzio acceso di suoni e colori della mitologia e le viscere delle sue storie, rivisitate con contagioso gusto della scoperta e primigenio stupore; tante piccole/grandi storie, pagina dopo pagina capaci di far affiorare in superficie i propri recessi segreti, rivelatori di un mondo sconosciuto, vasto, splendido e mite. Si tratta di un’opera semplice e al contempo complessa: semplice se la si approccia abbandonandosi al piacere del “folle volo” di dantesca memoria che ne è la trama pulsante, complessa nel caso se ne voglia cogliere appieno il significato profondo, che è in ultima analisi quello di aprire a una possibile rifondazione del nostro mondo divisivo, improntato alla violenza maschile e alla guerra dei sessi. È infatti ripercorrendo il passato sino alle origini della nostra civiltà e aprendoci alla possibilità che “un altro mondo sia già stato, che lo abbiamo dimenticato, che abbiamo letto male le nostre storie, che qualcuna di esse ce la possiamo raccontare di nuovo”, che possiamo rileggere il presente per scoprire un femminile che non abbiamo mai visto e cercare di costruire un futuro di ritrovata armonia, pacifico e reciprocamente accogliente per le donne e per gli uomini.

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IL BUS AZZURRO

BINARIO-PENTAGRAMMA

È un ricordo lontano, carico di nostalgia e riconoscenza, quello che mi lega al bus diretto dal colore azzurro un po’ sbiadito, della linea extraurbana La Spezia – Carrara. Enrica con dei crackers in mano ed io con una mela in borsa, determinate nella scelta comune di quella scuola lontana, ci incontravamo in piazza Chiodo, al capolinea, verso le sette, e salivamo sul “nostro” bus: vecchiotto, ma solido e rassicurante, per più di un’ora diventava la nostra casa; così, per tutto il viaggio, approfittando del vantaggio di arrivare per prime, ce ne stavamo sedute comode ai primi posti, accanto all’autista, un giorno l’una, un giorno l’altra vicino al finestrino, come in solotto, sul divano, davanti alla tivù. La  strada si snodava lenta, con tante fermate, una curva dopo l’altra; le prime volte ce ne stavamo assonnate e timorose, in silenzio, guardando fuori, col pensiero al calore delle nostre case, dalle grandi finestre affacciate sul monumento a Garibaldi, con le stanze profumate di latte e caffè, che lasciavamo così presto e a malincuore la mattina, per raggiungere una città  sconosciuta …

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LEZIONI DI DISEGNO DI ROBERTA MARASCO: UNA COINVOLGENTE PARABOLA SULL’INARRESTABILE FORZA SILENZIOSA DELLE DONNE.

Lezioni di disegno è l’ultimo romanzo pubblicato da Roberta Marasco, traduttrice e amatissima blogger (rosapercaso il blog femminista che parla d’amore) oltre che autrice di Le regole del tè e dell’amore e di opere meno recenti scritte con lo pseudonimo di Mara Roberti. “ Volevo scrivere un romanzo sulla Barcellona del ‘76.-. ha detto l’autrice in un’intervistaMi piaceva l’idea perché è l’anno del cambiamento (si tratta dell’anno successivo alla morte di Franco). Una vivida città agli albori dello smantellamento dei postumi della sanguinaria dittatura, ricostruita dall’autrice con rigore documentaristico. Una città colta nell’autenticità dei suoi piccoli negozi, della biancheria stesa ad asciugare sui balconi, dei vicoli “dove tutto diventa vagamente minaccioso e al tempo stesso irresistibilmente suggestivo”, ancora fascista e maschilista ma già ricca di fermenti libertari premonitori della democrazia prossima a venire.Trovavo che fosse lo sfondo perfetto per una storia d’amore.” – ha aggiunto Roberta Marasco. Storia d’amore fine a se stessa e al contempo espediente per “raccontare la condizione della donna”, atavicamente oppressa da maschi autoritari e incapace di credere che un’altra vita sia possibile,  perché troppo disabituata a pensare con la sua testa.

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SA REINA racconto di MARIA PALMIERI

L’estate è stagione di partenze, di ritorni, di viaggi, di incontri. Sotto un albero di ulivo ho avuto l’occasione di intrecciare visi e storie.

  Passeggio per un uliveto centenario, a Villamassargia, in Sardegna, un piccolo borgo con una piazza da Cent’anni di solitudine. Cerco una pianta in particolare, un ulivo grandissimo e antichissimo, sa reina, la regina.  Un gruppo di operai a lavoro per ripulire il terreno dalle erbacce mi indica la direzione e mi avvio. Gli ulivi esercitano un fascino strano su di me: sono gli alberi dell’infanzia, quelli del paesaggio che sento dentro e  che ha dato l’imprinting al mio sguardo sulla natura. Mi fanno sentire a casa. Raggiungo sa reina: è un albero maestoso, un perimetro di 16 metri, dice la mia guida; ha una chioma imponente, mi incute una sorta di reverenziale timore ( espressione che sa di antico, ma come risuona bene nella mia mente: è sano sentirsi intimoriti dalla grandezza che emana da quei rami). Mi siedo, penso che intorno a quel tronco e sotto a quei rami sono passate mille storie, mille volti. Come nel gioco delle libere associazioni di idee,  anche nella mia mente appaiono storie e volti e luoghi; prima in una sorta di giostra veloce, poi qualcuno si ferma, i contorni si fanno nitidi, l’ambiente si definisce.

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